“La leggerezza è un’irresistibile tentazione”. Ma anche una “perversione”. Paolo Sorrentino, oggi protagonista assoluto a Cannes, se ne è lasciato sedurre, levitando come il monaco tibetano tra le altezze di un cinema maiuscolo, seppur intimo e in “piccolo” se confrontato con La Grande Bellezza. Youth – La Giovinezza, contestualmente in oltre 500 sale italiane da oggi, è un’opera bellissima e calda che ha realmente empatizzato con il pubblico. La platea della stampa di stamani, in una sala gremita come raramente accade, ha accolto il film con scroscianti applausi, qualche “bravo” ma anche non pochi fischi e boo: sintomaticamente un film che divide così profondamente è sempre un film importante. La grande novità di Youth sono le emozioni, finalmente liberate e liberatorie da parte di un cineasta consapevole del proprio “pudore” nell’esprimere i sentimenti: “Io ci provo sempre a far ridere e commuovere ma poco mi riesce e se veramente sono riuscito ad emozionare così tanto sono felice, per me è un traguardo importante”, spiega Sorrentino visibilmente sollevato dalla tensione della prima proiezione mondiale del film.

La novità sono le emozioni liberate e liberatorie da parte di un cineasta consapevole del proprio “pudore” nell’esprimerle

La pellicola, magistralmente fotografata dal fedele Luca Bigazzi e “sonorizzata” da Emanuele Cecere per il montaggio audio di Silvia Moraes, è tra i titoli più dichiaratamente personali benché “la mia biografia abbia poco interesse per il mondo, però qui sono riuscito ad inserire i temi che mi stanno più a cuore. E non sapendo come parlare d’amore, ho sublimato attraverso il sentimento dell’amicizia, prioritario in Youth”. Dedicato al suo grande maestro Francesco Rosi, il film, come noto, è girato in inglese. “Ovvio, solo gli inglesi possono essere fatti baronetti!” scherza il regista premio Oscar che più seriamente incalza “non è un problema di internazionalità del film, semmai di capire quale sia l’idioma/colore adatto alla storia che racconta. In questo caso è stato pensato per Michael Caine da protagonista e quindi doveva essere in inglese. Vorrei che smettessimo la stupida polemica dei registi non anglofoni che girano in inglese ed è strabico fare paragoni tra i cineasti italiani di oggi e del passato, è un discorso superato”.

Dedicato al suo grande maestro Francesco Rosi, il film è girato in inglese e interpretato da Caine e Keitel

Caine, da parte sua, offre un’interpretazione tale che facilmente gli farà guadagnare quel premio perso per Alfie ben 49 anni fa, ultima sua apparizione sulla Croisette “Alfie ha vinto, ma io no..” denuncia l’82enne icona di South London dall’arguzia imbattibile, quintessenza del British Humour fatto a persona. “Se Michael avesse rifiutato non ci sarebbe stato il film” spiega Paolo e gli ribatte Michael: “E perché non avrei dovuto fare il film? Io ti ho votato agli Oscar! Con il personaggio che mi hai regalato ti avrei seguito ovunque, non solo a Cannes. Amo questo film”.

Si accordano alla perfezione i due artisti, l’uno napoletano e l’altro britannico come un incanto musicale a cui non servono altre grammatiche per capirsi. Ma anche con il resto del magnifico cast Sorrentino non ha avuto problemi di comunicazione. Un cast che gli è grato senza indugi, a partire dal coprotagonista Harvey Keitel, 76enne ruvido ma solo apparentemente indomabile. “Io ucciderei per una battuta, e Paolo me ne ha regalate di splendide”. I personaggi di Michael & Harvey sono rispettivamente un esimio compositore e direttore d’orchestra in pensione e un regista cinematografico. Legati da un’amicizia vitalizia “in cui ci siamo detti solo cose positive” trascorrono le loro vacanze termali in un hotel superlusso svizzero, lo stesso (“ma è casuale”) che Thomas Mann prescelse per ambientarvi La montagna incantata. La figlia /assistente di Caine è con lui nella struttura, interpretata da un’intensa Rachel Weisz, e tra gli ospiti del costosissimo resort sfilano anche un giovane divo hollywoodiano reso assai bene da Paul Dano e un surreale (e tragico) ex calciatore sudamericano in sovrappeso che chiaramente fa riferimento (prestandogli omaggio) all’idolo di Sorrentino: Diego Armando Maradona.

Caine offre un’interpretazione tale che facilmente gli farà guadagnare quel premio perso per Alfie ben 49 anni fa, ultima sua apparizione sulla Croisette

Sul finire di Youth compare un’altra icona del grande cinema del passato prossimo, Jane Fonda nei panni di una diva sul viale del tramonto che non rinuncia alle serie tv ma volentieri si nega nel film “testamento” del suo caro amico di sempre Harvey Keitel. Il loro duetto, memorabile, racchiude una riflessione sul senso del cinema e del “fare cinema” che Sorrentino declina nel migliore dei modi possibili. Perché alla fine “Life goes on even without that cinema bullshit” (La vita continua anche senza questo cinema di merda”).

Youth appartiene a quel tipo di film che lavorano dentro e cercano un deposito nell’anima per diventare Memoria viva e vitale. I temi, formalmente esposti in un linguaggio unico e che Sorrentino sta affinando film dopo film, sono quelli fondativi dell’esistenza stessa. “Il passaggio del tempo credo sia l’unico soggetto possibile e che realmente mi interessa, almeno per quanto mi riguarda. Il fatto di sembrare vecchio per fare un film sui vecchi mi permetterà in futuro di fare un film da giovane. Penso al futuro come grande occasione di libertà, in senso concettuale: senza il pensiero del futuro non abbiamo rispetto per il nostro passato”.

I rapporti, il tempo, il passato & il futuro, la Memoria, i sentimenti: tutto ciò appartiene a Youth, orchestrato su spartiti umani e musicali di un livello di raro pregio. Fa piacere, infine, che per una volta i “nostri” italiani si citino reciprocamente. “La penso un po’ come Nanni Moretti sull’exploit del cinema italiano a Cannes: siamo il frutto di tre exploit personali e profondamente diversi. Comunque fa piacere essere in tre in concorso”.

Il trailer