Era l’agosto del 2013 quando l’affaire Saipem Algeria deflagrò. L’arresto dell’ex dg Pietro Varone fece emergere anche che l’allora amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, era stato iscritto nel registro degli indagati di Milano. L’ipotizzata storia di una maxi tangente oggi è approdata davanti al giudice per l’udienza preliminare. Scaroni, cui è subentrato al vertice del gruppo Claudio Descalzi (indagato a sua volta nell’inchiesta Nigeria), ha deciso che risponderà alle domande degli inquirenti.

L’esame di Scarone – che ha in passato ha dichiarato la totale estraneità alle accuse – potrebbe essere fissato per il 12 giugno prossimo al termine dell’intervento dei magistrati titolari del fascicolo che hanno chiesto, il 12 febbraio scorso, il rinvio a giudizio per quelli che sono considerati i protagonisti del “versamento” di una mazzetta da 198 milioni di euro da parte della controllata di Eni all’allora ministro dell’energia dell’Algeria Chekib Khelil e al suo entourage per ottenere sette appalti petroliferi del valore di “oltre 8 miliardi di euro” in Nord Africa.

Altra notizia di giornata, anticipata dal Corriere della Sera, è la richiesta dell’ex presidente di Saipem Algeria, Tullio Orsi, di patteggiare per uscire dal procedimento. Orsi, nel corso di un incidente probatorio, aveva dichiarato: “Scaroni ha partecipato a un incontro a Parigi” con gli algerini, durante le trattative per stabilire la “commissione”. A conferma di quanto già detto da Varone sulla consapevolezza sull’affaire dell’allora top manager “Scaroni sapeva tutto”. La difesa di Orsi, accusato di corruzione internazionale, ha quindi trovato un accordo con i pm o per una pena a due anni e 10 mesi e la confisca di 1,3 milioni di franchi. La pena, inferiore ai tre anni, gli permetterà di evitare il carcere e di chiedere di potere accedere alle misure alternative come l’affidamento ai servizi sociali. Sarà comunque il gup che dovrà decidere nelle prossime udienze se ratificare o meno l’accordo di patteggiamento.

Gli imputati per cui è stato chiesto il processo inoltre l’ex direttore finanziario prima di Saipem poi di Eni Alessandro Bernini, l’ex presidente e ad di Saipem, Pietro Tali, l’ex responsabile di Eni per il nord Africa Antonio Vella, Farid Noureddine Bedjaoui, fiduciario dell’allora ministro dell’energia dell’Algeria e infine Samyr Ouraied, uomo di fiducia di Bedjaoui. Il reato ipotizzato è concorso in corruzione internazionale è per Scaroni, Varone, Bernini, Tali Bedjaoui, a Ouraied viene contestata dichiarazione fraudolenta dei redditi. Oltre alle persone fisiche sono coinvolte nel procedimento, per la legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti, anche Eni e la controllata Saipem. L’Agenzia delle Entrate si è costituita parte civile nel procedimento attraverso l’avvocato dello Stato Gabriella Vanadia.

Il gup Clemente ha respinto la richiesta delle difese di tradurre in italiano gli atti in lingua straniera depositati dalla procura di Milano, accogliendo quella di non accettare la presenza come parte offesa di Sonatrach, l’ente di Stato algerino che si occupa della gestione delle risorse energetiche del Paese. C’è stata qualche schermaglia in aula tra magistrati e difese solo quando il pm De Pasquale ha chiesto di bloccare i termini della prescrizione, qualora si fosse deciso di tradurre gli atti e alla luce dell’istanza per una consulenza da parte di alcuni legali e secondo gli stessi avvocati si è trattato di una “richiesta arrogante” da parte della procura.