Il nuovo amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi è indagato dalla Procura di Milano per corruzione internazionale. E insieme a lui, scrive il Corriere della Sera, sono sotto inchiesta l’ex ad Paolo Scaroni, il capo della Divisione esplorazioni Roberto Casula e il faccendiere Luigi Bisignani. La vicenda è quella di cui Il Fatto Quotidiano ha scritto lo scorso luglio: corruzione internazionale per l’acquisizione, nel 2011, di un giacimento petrolifero al largo della Nigeria. All’epoca dei fatti Scaroni era numero uno del gruppo petrolifero, mentre Descalzi, scelto come suo successore dall’azionista ministero dell’Economia in aprile, guidava la divisione Oil & gas e Casula presiedeva la controllata locale Nigerian Agip Exploration Ltd. Per la concessione del campo di esplorazione petrolifera Opl 245 da parte della società Malabu il Cane a sei zampe pagò, secondo gli inquirenti, una mega tangente da oltre 200 milioni di dollari, un quinto degli 1,09 miliardi versati al governo di Lagos. Le autorità londinesi, su richiesta dei pm milanesi, hanno sequestrato in via preventiva 190 milioni all’intermediario nigeriano Emeka Obi, residente in Inghilterra, bloccando un conto inglese e uno svizzero da 110 e 80 milioni a lui intestati. Il sequestro si basa sull’assunto che Eni abbia corrotto pubblici ufficiali africani come l’ex ministro del petrolio Dan Etete e il figlio dell’ex dittatore Sani Abacha con l’intercessione di Obi, Di Nardo, Bisignani e altri intermediari.

Il titolo del Cane a Sei Zampe, dopo la notizia, cede l’1,5% a Piazza Affari. Come raccontato dal Fatto Quotidiano in luglio, anche Eni risulta indagata: già l’11 giugno i finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Milano hanno notificato un avviso di garanzia per corruzione internazionale in base al decreto legislativo 231 sulla responsabilità amministrativa delle società. Indagato da allora anche Gianluca Di Nardo, procacciatore d’affari amico di Bisignani e di Obi. In luglio Il Fatto aveva scritto, riprendendo l’agenzia Reuters, che anche Scaroni e Bisignani erano indagati. In seguito la notizia era stata smentita dalla compagnia. La tegola giudiziaria arriva proprio mentre il ministro Pier Carlo Padoan si appresta ad accelerare sulla cessione del 5% del gruppo per fare cassa nell’ambito del piano di privatizzazioni. Ma una settimana fa, intervistato da IlSole24Ore, il premier Matteo Renzi ha frenato dicendo che “non si deve partire da Eni ed Enel”

Le intercettazioni e il ruolo di Bisignani – Il filone di indagine milanese è partito dopo l’acquisizione da parte dei pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro delle intercettazioni dell’indagine del 2010 dei colleghi di Napoli Henry John Woodcock e Francesco Curcio sulla cosiddetta P4, in cui era coinvolto anche Bisignani, che ha patteggiato un anno e 7 mesi. Dalle intercettazioni dell’indagine napoletana era emerso l’intervento di Bisignani sui vertici dell’Eni di allora. Bisignani, intercettato, parlava al telefono con l’ex numero uno Scaroni e anche con Descalzi. Dalle conversazioni emergeva come nel 2010 l’ex ministro nigeriano Etete avesse contattato Di Nardo per trattare, con l’intercessione di Bisignani, la vendita a Eni della concessione Opl 245, un immenso campo con riserve stimate in 500 milioni di barili equivalenti di petrolio. “L’uomo che sussurrava ai potenti”, stando alle indagini, ha presentato Di Nardo a Scaroni, che a sua volta lo ha messo in contatto con Descalzi, allora a capo della divisione Oil. Etete infatti nel 1999, ancora ministro, aveva assegnato l’immenso giacimento alla società Malabu, che attraverso prestanome era controllata da lui stesso e dal generale Abacha, allora capo del governo. 

Le trattative con l’ex ministro e la maxi percentuale per il mediatore – La trattativa del 2010 tra Etete e il Cane a sei Zampe non è andata a buon fine, ma pochi mesi dopo, nell’aprile 2011, Eni ha chiuso l’affare direttamente con il governo nigeriano, che accusava l’ex ministro (condannato per riciclaggio in Francia nel 2007) di essersi appropriato indebitamente della concessione. La cifra, però, è rimasta la stessa concordata in precedenza tra Obi, Bisignani e Di Nardo: 1,09 miliardi di dollari. Contestualmente il governo nigeriano ha incassato 200 milioni di dollari da Shell. E ha girato una somma identica alla Malabu. I particolari sull’affare sono emersi quando, lo scorso anno, Obi e un altro mediatore, il russo Ednan Agaev, hanno citato in giudizio Malabu davanti alla High Court di Londra reclamando il pagamento del 19% della somma. Cioè la maxi percentuale promessa per la mediazione. Obi è uscito vincitore e si è visto riconoscere 110,5 milioni.

Le carte di Londra e il ruolo di Descalzi – Le carte londinesi, finite poi nel fascicolo dei pm di Milano, contengono molto materiale sul ruolo di Descalzi, che nel febbraio 2010, durante le trattative con Malabu, ha per esempio partecipato a un incontro all’hotel Principe di Savoia con Etete, Obi e Agaev. Dagli atti della causa, come riportato dal Fatto in luglio, emerge che secondo il giudice la cena “dimostrava precisamente a Etete cosa le entrature in Eni di Obi erano in grado di ottenere per Malabu”. E anche nel periodo agosto-ottobre 2010 “Obi si è incontrato frequentemente con Eni e in particolare con Descalzi”. 

In una nota Eni “ribadisce la sua estraneità da qualsiasi condotta illecita” in relazione all’indagine della Procura di Milano, assicura “massima collaborazione alla magistratura e confida che la correttezza del proprio operato emergerà nel corso delle indagini”. Il gruppo “prende atto che “risultano indagati presso la Procura di Milano l’amministratore delegato e il direttore operazioni e tecnologie” ma “sottolinea di aver stipulato gli accordi per l’acquisizione del blocco unicamente con il governo nigeriano e la società Shell. L’intero pagamento per il rilascio a Eni e Shell della relativa licenza è stato eseguito unicamente al governo nigeriano”.