“Noi siamo sempre stati una società indipendente tra virgolette, ma nella sostanza non c’era un fatto importante che non venisse visto dall’altra parte”. L’altra parte, per Pietro Varone, ex direttore operativo Saipem arrestato il 28 luglio scorso, era Eni. Ovvero Paolo Scaroni. L’amministratore delegato è indagato dal febbraio scorso per corruzione nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano su una presunta maxi-tangente da quasi 198 milioni di euro che sarebbe stata versata, tra il 2007 e il 2010, ad alcune autorità algerine per l’aggiudicazione da parte della società controllata dall’Eni di appalti per lo sfruttamento di un giacimento petrolifero nel Paese nordafricano. Cuore dell’indagine una commessa di 11 miliardi di dollari e la relativa bustarell per i lavori del progetto Medgaz e del progetto Mle insieme all’ente statale algerino Sonatrach.

Nei quattro mesi di carcere Varone, che ha ottenuto i domiciliari lunedì 2 dicembre, è stato interrogato tre volte dai pm che conducono l’inchiesta, secondo La Repubblica. Secondo l’ipotesi accusatoria Eni e Saipem avrebbero pagato a una società di Hong Kong (Pearl Partners Limited) che fa a capo all’intermediario Farid Noureddine Bedjaoui, i quasi 200 milioni da distribuire a faccendieri, esponenti del governo algerino e manager Sonatrach. Secondo l’inchiesta l’amministratore delegato di Eni avere partecipato almeno a un incontro con Bedjaoui a Parigi, per far aggiudicare al gruppo e alle sue società le commesse miliardarie. Ma Varone ha aggiunto un nuovo tassello: “Ho la certezza di un incontro a Parigi e la certezza che ce ne è stato un altro anche a Milano”.  

Secondo Varone “la cifra delle commissioni previste per il progetto Mle, cioè circa 41 milioni di euro, venne fuori all’esito di queste negoziazioni tra Kelil (ex ministro dell’energia, ndr) Bedjaoui e Scaroni”. Secondo i pm a “beneficiare” quindi della tangente sarebbero stati appunto il ministro algerino dell’energia Chekib Khelil, alcuni suoi familiari e persone del suo entourage come il capo di gabinetto di Sonatrach, Varone (che avrebbe intascato 10 milioni di euro) e anche l’intermediario Noureddine Farid Bedjaoui, destinatario la scorsa estate assieme al suo fiduciario Samyr Ouraied, di un mandato di cattura internazionale.

Tra gli indagati nell’inchiesta ci sono anche Tullio Orsi, ex presidente di Saipem Algeria, Franco Pietro Tali, ex vice presidente e ex amministratore delegato di Saipem, e Alessandro Bernini, ex direttore finanziario.