Riciclati, impresentabili e trasformisti che imbarazzano il Partito democratico. Con il caso Campania diventato l’emblema di un grande calderone in cui è finito di tutto. Al punto che, Matteo Renzi in persona è stato costretto ad ammettere che il problema, in vista delle elezioni Regionali, esiste eccome: «Alcune liste che sostengono De Luca hanno candidati che non voterei nemmeno costretto, ma il Pd ha candidati seri e puliti». Anche se resta l’ombra della condanna per abuso d’ufficio in primo grado inflitta proprio a Vincenzo De Luca, candidato governatore della Campania del Pd con la benedizione dello stesso Renzi.

ROTTAMAZIONE ADDIO  Altri tempi, evidentemente, rispetto a quando, il 29 agosto 2010, l’allora sindaco di Firenze lanciò la sua idea di rinnovamento: la «rottamazione senza incentivi» dei dirigenti di lungo corso del Partito democratico. Per non parlare del monito lanciato da Palermo il 5 novembre 2011: «Non bisogna candidare chi ha precedenti penali – tuonò l’aspirante premier-segretario – perché è assurdo che un bidello non può lavorare se non ha la fedina penale pulita mentre un politico con la fedina penale sporca può essere eletto». Questione che non riguarda De Luca, la cui condanna non è ancora definitiva. E poco importa se, in base alla legge Severino rischia di decadere qualora venisse eletto. Per lo stesso Renzi che ieri invocava le liste pulite oggi «è un problema superabile». Così come superabile è diventata, evidentemente, anche la questione della rottamazione. Non si può certo dire, infatti, che Vincenzo De Luca, classe 1949, sia un volto nuovo della politica: due legislature in Parlamento, sottosegretario alle Infrastrutture del governo di Enrico Letta e, soprattutto, quattro mandati (il primo nel 1993) da sindaco di Salerno. Morale: non solo non è stato rottamato, per lui è arrivato anche l’incentivo della candidatura alla presidenza della Campania. Molto criticata, per la verità, da una larga base del partito. Come d’altra parte sta succedendo in Luguria dove, nella corsa alla guida della Regione il Pd allinea un’altro personaggio illustre incappato nelle maglie della magistratura: Raffaella Paita, indagata dalla Procura di Genova per “mancata allerta” in occasione del tragico alluvione che nell’ottobre 2014 ha colpito il capoluogo ligure.

SILVIO IN PENSIONE Ma la metafora della rottamazione fa breccia nell’elettorato deluso. E Renzi la cavalca abilmente. «La rottamazione si è imposta come il bisogno di chi crede nella politica di un netto stacco rispetto al passato – argomentava il 15 dicembre 2013 alla vigilia della defenestrazione di Enrico Letta da Palazzo Chigi –. O si volta pagina o il passato è confinato in un museo. Ha senso difendere la nostra storia solo se capaci di scrivere una pagina nuova. Casa nostra è sulla frontiera non al museo delle cere». Anche perché, avvertiva sul palco del “Big Bang” del 2011, «i dinosauri non si sono estinti da soli». Ci voleva una cura choc, insomma, che l’allora sindaco di Firenze prescriveva non solo per guarire i mali della vecchia classe dirigente del Pd. «Con tutto il rispetto per Silvio Berlusconi, io rivendico il copyright: sono il primo che ha detto che Berlusconi dovrebbe essere mandato in pensione», rivendicava, infatti, spavaldo il 13 giugno 2013. Salvo poi ritrovarsi alleato proprio con l’ex Cavaliere per riscrivere la Costituzione e la legge elettorale. Perché la rottamazione è una luce intermittente, che si accende e si spegne a seconda delle convenienze: «Il Pd deve decidere: o Berlusconi è il capo degli impresentabili, e allora chiediamo di andare a votare subito; oppure è un interlocutore perché ha preso dieci milioni di voti –spiegava Renzi sempre nel 2013 –. Non possiamo dire un giorno “Berlusconi in galera”, e il giorno dopo proporgli la guida della Convenzione per le riforme. Il Paese non può permettersi di traccheggiare». E, infatti, meno di un anno dopo Renzi strinse il Patto del Nazareno con lo stesso Berlusconi che fino al giorno prima, a parole, avrebbe voluto rottamare. E che dire di quando lo attaccava sul fronte giudiziario? «In un qualsiasi Paese civile, un leader che viene condannato in via definitiva va a casa lui, senza aspettare che venga interdetto», diceva il 30 agosto 2013 alla festa del Pd di Forlì, parlando di Silvio Berlusconi. L’11 settembre, incalzando ancora il leader di Forza Italia nello studio di “Porta a porta”, usò l’espressione «game over per il condannato».

MATTEO A DUE FACCE Certo, la posizione su Berlusconi si riferiva a una condanna definitiva. Tanto che il rottamatore non ha battuto ciglio quando nel governo sono stati nominati quattro sottosegretari del Pd indagati, Vito De Filippo, Francesca Barracciu, Davide Faraone e Umberto del Basso de Caro, la cui posizione è stata recentemente archiviata. Eppure il segretario del Partito democratico spinse per le dimissioni dell’allora ministro delle Politiche agricole, Nunzia De Girolamo. «Josefa Idem si è dimessa dimostrando uno stile profondamente diverso», scrisse in un tweet, del gennaio 2014, in cui paragonava la situazione della campionessa olimpica, che lasciò l’incarico di ministro delle Pari opportunità per una questione di Ici non pagata, e l’esponente del Nuovo Centrodestra. E che dire di quando, nel corso della trasmissione “Servizio Pubblico” del novembre 2013, scandì: «Fossi segretario del Pd avrei chiesto le dimissioni di Anna Maria Cancellieri», che all’epoca era ministro dell’Interno, mentre Renzi era un semplice candidato alle primarie. La Cancellieri era stata coinvolta nello scandalo delle telefonate alla famiglia Ligresti ma all’epoca non risultava indagata. Stessa sorte è toccata a Maurizio Lupi, costretto al passo indietro anche se “non indagato”. Insomma, due pesi e due misure: indagati rimasti al loro posto e non indagati costretti a lasciare.

VOLERE E’ POTERE Il fervore per l’onorabilità dei politici ha animato Renzi anche in altre occasioni: «Il punto centrale è quello di garantire che chi viene condannato per corruzione poi non abbia la possibilità, magari 20 anni dopo, di occuparsi della cosa pubblica. Quindi la mia proposta del Daspo per per politici e imprenditori è il senso dell’operazione», affermò il 5 giugno 2014, nel pieno dello scandalo Mose. E giusto due giorni dopo, il 7 giugno, rilanciò con «la promessa che i condannati non devono mettere più piede in un ufficio pubblico, se non per chiedere un documento». E del resto Renzi in alcune occasioni, quando ha voluto, ha sbattuto il pugno sul tavolo anche verso esponenti del suo partito. Senza dichiarazioni pubbliche ma con un lavoro diplomatico sottotraccia. Ne sa qualcosa la già menzionata Francesca Barracciu, aspirante rottamatrice anche lei in Sardegna, stoppata nella corsa alla presidenza della Regione sarda il 30 dicembre 2014, giusto qualche minuto dopo una conversazione con il segretario del partito. La ricompensa è stato il ruolo di sottosegretario ai Beni culturali. Un altro “impresentabile”, il siciliano Mirello Crisafulli, recente vincitore delle primarie per la candidatura a sindaco di Enna, è stato messo alla porta dal vicesegretario, Debora Serracchiani: «Spero che decida di non presentarsi». Se nel Pd il metro utilizzato fosse lo stesso per tutti, non ci sarebbe bisogno di affidarsi alla speranza.

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