I camici bianchi hanno alzato un muro. La legge di Stabilità prevede un taglio alla sanità di 2,3 miliardi, costringendo le Regioni a rivedere il patto con il governo (siglato ad agosto) per non sforare il nuovo limite di spesa. Tra gli emendamenti proposti, ce n’è uno in particolare che ha mandato su tutte le furie i sindacati: la responsabilità patrimoniale dei medici in caso di prescrizioni di esami inutili. Nei giorni scorsi è arrivata la bocciatura anche del ministro della Salute Beatrice Lorenzin. “È inaccettabile – sentenzia Costantino Troise, segretario nazionale Anaao (Associazione medici dirigenti) – è una cosa che non esiste in nessuna parte del mondo. All’appropriatezza si arriva attraverso un patto con i professionisti, non dall’alto, con meccanismi di aggressione e invadenza”. Secondo Troise, l’unica preoccupazione delle Regioni “è fare cassa” e “scaricare su pazienti e medici gli sprechi e i costi della loro politica che restano sempre intatti. Noi – conclude – siamo solo capri espiatori”.

“Come mai allora non vengono sacrificati gli elefantiaci apparati burocratici regionali?”, è la domanda provocatoria di Riccardo Cassi, presidente di Cimo (sindacato dei medici). Giacomo Milillo della Fimmg (Federazione medici di famiglia) chiede urgentemente l’intervento del governo per colmare quello che le Regioni non sono in grado di fare, cioè “formulare proposte che migliorino in prospettiva il Sistema sanitario e lo rendano sostenibile. La loro attenzione è concentrata solo su aspetti ragionieristici”. Per la Fimp (Federazione medici pediatri) l’ipotesi di far pesare sulle tasche dei medici visite e analisi “inappropriate” metterebbe in discussione “l’assistenza ai pazienti che si basa sulla prevenzione e l’educazione sanitaria, oltre che su diagnosi e cura”. Non solo. “Queste misure – sottolinea Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale (Simg) – genererebbero nel medico un conflitto di interessi minando anche la relazione fiduciaria tra camice bianco e paziente con conseguenze imprevedibili sulla reale qualità dell’assistenza. Si rischia di generare un’altra e, forse più dannosa, forma di medicina difensiva”. Si unisce al coro di disapprovazione anche l’associazione dei medici ambulatoriali (Sumai).

Ma a quanto ammonta lo spreco generato dalla medicina difensiva? I numeri non sono uno scherzo. Secondo un’indagine di Agenas, l’Agenzia nazionale dei servizi sanitari, diffusa ad aprile, il danno economico è di quasi dieci miliardi di euro. Una cifra pari al 10% della spesa sanitaria, con un costo a testa di 165 euro su 1847 a disposizione. Oltre la metà (58%) dei medici intervistati ha dichiaro di prescrivere farmaci, analisi e visite a scopo difensivo e il 93% ritiene che il fenomeno sia destinato ad aumentare. Le ragioni sono soprattutto tre: la legislazione sfavorevole per il medico (31%), il timore di essere citati in giudizio (28%) e le eccessive richieste, pressioni e aspettative di pazienti e familiari (14%). Le prestazioni più frequenti sono gli esami laboratorio (33%), gli esami strumentali (idem), come tac e risonanza magnetica, e visite specialistiche (16%). Alcuni (il 6%) hanno ammesso che questo comportamento non fornisce cure più efficaci, ma anzi ad alto rischio complicazioni. Less is more, quindi.

Da qui nasce il progetto “Fare di più non significa fare meglio”, a cui ha aderito anche la Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo), che si ispira a quello americano “Choosing wisely”, promosso dalla Abim Foundation, ente no profit americano a favore di una sanità più sobria, per evitare sovradiagnosi, falsi positivi e spese superflue. Una battaglia portata avanti anche da Slow Medicine, l’associazione di medici, operatori sanitari e cittadini nata nel 2011 sulla scorta di Slow food, che punta a un sistema sanitario più sostenibile per l’economia, la persona e l’ambiente.