“Il traffico di esseri umani, la condizione dei bambini-soldato, il lavoro che diventa schiavitù, i ragazzi e gli adolescenti derubati di se stessi, feriti nella loro intimità, barbaramente profanati”. Per tutto ciò Papa Francesco, nella Via Crucis del venerdì santo 2015 al Colosseo, ha chiesto “umilmente perdono“, pregando “perché finalmente si svegli la coscienza di chi ha oscurato il cielo nella vita delle persone”. Meditazioni affidate quest’anno, per volere di Bergoglio, a monsignor Renato Corti, 79 anni, vescovo emerito di Novara, per un decennio ausiliare del cardinale Carlo Maria Martini a Milano. Le parole più forti contro gli abusi nella decima stazione, quella in cui Gesù viene spogliato della tunica, del lungo tragitto con il quale la Chiesa accompagna il suo fondatore al Calvario.

A portare la croce, insieme con il cardinale vicario del Papa per la diocesi di Roma, Agostino Vallini, sono state tre famiglie italiane, di cui una con sei figli e una con due figli adottati in Brasile, una malata, due religiose italiane e due dell’America Latina, due padri della Custodia di Terra Santa e alcune persone provenienti dall’Iraq, dalla Siria, dalla Nigeria, dall’Egitto e dalla Cina. “La croce di Cristo non è una sconfitta: la croce è amore e misericordia”, ha scritto Bergoglio in un tweet sul suo account ufficiale @Pontifex.

Nella via crucis 2015 al Colosseo si è pregato anche per i divorziati risposati alla luce del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, che si terrà dal 4 al 25 ottobre prossimi in Vaticano, e dal quale dovranno uscire proposte concrete per la loro accoglienza nella Chiesa. Nella quarta stazione, infatti, quella che ricorda l’incontro tra Gesù e la Madre sulla strada verso il Calvario, si è meditato sui “tanti drammi familiari presenti nel mondo. Ce ne sono per tutti: madri, padri, figli, nonne e nonni. È facile giudicare, ma più importante è metterci nei panni degli altri e aiutarli fin dove ci è possibile. Cercheremo di farlo”. Un impegno concreto, dunque, anche alla luce del Giubileo straordinario della misericordia indetto da Bergoglio che si aprirà subito dopo il Sinodo l’8 dicembre 2015.

Preghiera speciale anche per l’abolizione della pena di morte, “ancora oggi praticata in numerosi Stati”, e per la cancellazione di “ogni forma di tortura” e di “soppressione violenta di persone innocenti”. Attenzione particolare al “genio femminile“, ai poveri che cercano giustizia, alla sofferenza con “l’abisso di molte anime, ferite dalla solitudine, l’abbandono, l’indifferenza, la malattia, la morte di una persona cara”. Preghiera particolare per la pace nel mondo e per la fine della persecuzione dei cristiani. “Pure in questi giorni – si legge ancora nelle meditazioni della via crucis – vi sono uomini e donne che vengono imprigionati, condannati o addirittura trucidati solo perché credenti o impegnati in favore della giustizia e della pace”. Testimoni definiti “mirabili esempi da imitare”. Una preghiera fatta anche con le parole scritte dal pakistano Shahbaz Bhatti, ministro per le minoranze, ucciso da un gruppo di uomini armati la mattina del 2 marzo 2011.

L’attenzione del Papa per i cristiani perseguitati, in particolare per le famiglie dell’Iraq e del nord della Nigeria, si è manifestata anche in modo concreto “con un segno di tangibile solidarietà”. In vista della Pasqua anche le famiglie della diocesi di Roma, attraverso una colletta speciale nelle parrocchie, hanno inviato ai cristiani perseguitati dell’Iraq alcuni dolci tipici, tra cui le colombe. E il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, è tornato nuovamente nel Paese, dove era stato nell’agosto 2014, per essere accanto alle famiglie. “Anche le stesse autorità irachene – ha affermato Filoni – ci dicono: ‘Speriamo che un giorno il Papa venga’. Io ho assicurato che è nel cuore e nella mente del Papa”.

Prima della via crucis al Colosseo, durante la celebrazione della passione del Signore nella Basilica Vaticana, il predicatore della Casa pontificia, padre Raniero Cantalamessa, che, come tradizione, ha tenuto l’omelia al posto del Papa, ha ricordato che oggi “i veri martiri di Cristo non muoiono con i pugni chiusi, ma con le mani giunte. Ne abbiamo avuto tanti esempi recenti. È lui che ai 21 cristiani copti uccisi dall’Isis in Libia il 22 febbraio scorso ha dato la forza di morire sotto i colpi, mormorando il nome di Gesù”. E in un altro passaggio padre Cantalamessa ha ricordato la strage dei 148 studenti universitari cristiani trucidati in Kenya.

Twitter: @FrancescoGrana