“È intollerabile la sofferenza in Iraq“. Prima di partire per la Corea del Sud, Papa Francesco ha scritto una lettera al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon rinnovando il suo “appello urgente alla comunità internazionale a intervenire per porre fine alla tragedia umanitaria in corso”. Francesco incoraggia anche “tutti gli organi competenti delle Nazioni Unite, in particolare quelli responsabili per la sicurezza, la pace, il diritto umanitario e l’assistenza ai rifugiati, a continuare i loro sforzi in conformità con il preambolo e gli articoli pertinenti della Carta delle Nazioni Unite“. Le parole di Bergoglio a Ban Ki-moon fanno eco ai numerosi appelli rivolti di domenica in domenica durante gli Angelus in piazza San Pietro e in particolare alla decisione di inviare in Iraq come suo rappresentante il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli.

Filoni, che è già arrivato in Iraq con una somma di denaro affidatagli direttamente da Francesco per rendere subito concreta la solidarietà del Papa, è stato nunzio apostolico in Giordania e Iraq dal 2001 al 2006, negli ultimi anni del regime di Saddam Hussein, per tutta la durata della guerra e anche nei primi anni successivi. Durante il conflitto il futuro porporato restò a Baghdad nonostante i bombardamenti e fu praticamente l’unico diplomatico straniero a rimanere per tutta la durata della guerra in quella situazione. Anche di questa sua decisione, Francesco ne scrive ampiamente nella missiva inviata al segretario generale dell’Onu sottolineando che “è con il cuore carico e angosciato che ho seguito i drammatici eventi di questi ultimi giorni nel nord Iraq, dove i cristiani e le altre minoranze religiose sono stati costretti a fuggire dalle loro case e assistere alla distruzione dei loro luoghi di culto e del patrimonio religioso. Commosso dalla loro situazione, – prosegue il Papa – ho chiesto al cardinale Filoni, che ha servito come rappresentante dei miei predecessori, Papa San Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI, presso il popolo in Iraq, di manifestare la mia vicinanza spirituale e di esprimere la mia preoccupazione, e quella di tutta la Chiesa cattolica, per la sofferenza intollerabile di coloro che desiderano solo vivere in pace, armonia e libertà nella terra dei loro antenati”. 

Con lo “stesso spirito”, il Papa si rivolge a Ban Ki-moon mettendo “davanti a lei le lacrime, le sofferenze e le grida accorate di disperazione dei cristiani e di altre minoranze religiose dell’amata terra dell’Iraq“. Francesco che, proprio domenica 10 agosto all’Angelus aveva pregato nuovamente per la pace in Iraq, rilanciando i suoi accorati appelli via twitter sull’account ufficiale @Pontifex anche in arabo, ha sottolineato ancora una volta che “gli attacchi violenti che stanno dilagando lungo il nord dell’Iraq non possono non risvegliare le coscienze di tutti gli uomini e le donne di buona volontà ad azioni concrete di solidarietà, per proteggere quanti sono colpiti o minacciati dalla violenza e per assicurare l’assistenza necessaria e urgente alle tante persone sfollate, come anche il loro ritorno sicuro alle loro città e alle loro case. Le tragiche esperienze del ventesimo secolo – ha ricordato ancora Francesco – e la più elementare comprensione della dignità umana, costringe la comunità internazionale, in particolare attraverso le norme e i meccanismi del diritto internazionale, a fare tutto ciò che le è possibile per fermare e prevenire ulteriori violenze sistematiche contro le minoranze etniche e religiose”.

Alle parole del Papa si aggiungono quelle del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa che ha inviato una lettera, firmata dai 33 presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il vecchio continente, al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. In essa si chiede che la comunità internazionale prenda urgentemente “decisioni che pongano fine agli atroci atti contro i cristiani e altre minoranze religiose in Iraq”. Una copia di questa lettera sarà consegnata a diversi governi del continente e alle autorità dell’Unione Europea chiedendo loro di unirsi a questo appello. I vescovi europei sperano con questa iniziativa che anche altre sedi istituzionali, culturali e religiose si uniscano alla condanna di quanto sta accadendo circa la violazione del diritto alla vita, alla sicurezza e alla libertà religiosa.

“È urgente – ribadiscono i presuli – intraprendere concrete misure umanitarie per rispondere alla situazione disperata dei bambini, delle donne, degli anziani e di tante persone che hanno perso tutto per sfuggire alla morte e che adesso corrono il rischio di morire di fame e di sete”. I vescovi si augurano, infine, che “la comunità internazionale sia in grado di rispondere con una rapida assistenza ai molti rifugiati e garantisca la loro sicurezza nel ritornare alle loro città e case”.