Il giorno 1 aprile 2015 è scoppiato un pozzo di petrolio nella Baia di Campeche, in Messico. L’operatore era la Pemex, la ditta di Stato nazionale messicana: il bilancio è stato di quattro morti e decine di feriti – alcuni rapporti parlavano di 16, altri di 45. In totale 302 persone sono state evacuate mentre enormi palle di fuoco illuminavano ciò che restava della piattaforma Abkatun-Permanente, e mentre otto navi cercavano freneticamente di spegnere l’incendio, salvare il salvabile ed evitare che il petrolio inquinasse il mare. Alcuni testimoni oculari parlano di operai che si lanciavano in acqua dalla piattaforma in fiamme.

Non è chiaro se ci sia dispersione di greggio in mare a questo punto. Non è la prima volta che la Pemex è protagonista di tragedie petrolifere: due anni fa è scoppiato un impianto Pemex a Città del Messico e sono morte 37 persone. Nel 2007, un incendio sulla piattaforma Kab 121 della Pemex e non lontana dallo scoppio attuale, ha causato la morte di 21 persone. Neanche un mese fa c’è stato lo scoppio di una Fpso della Petrobras in Brasile, lo stesso tipo di impianto che si vuole installare in Abruzzo con Ombrina Mare. Qui sono morti in sei, con tre ancora dispersi. Un’altra Fpso invece si e’ incendiata in Norvegia meno di una settimana fa.

La litania di incidenti è lunga e persistente: ogni settimana ci sono casi di treni carichi di petrolio avvolti dalle fiamme, rilasci a mare, gasdotti che scoppiano, pozzi che si incendiano, a volte morti. Sono notizie che qualche volta arrivano al grande pubblico, qualche volta no, ma che sono parte integrante dell’industria petrolifera che piaccia questo ai petrolieri o no. Ci saranno sempre. Sulla tragedia del Messico, il presidente Peña Nieto ha detto che farà di tutto per evitare che questo tipo di incidenti possano accadere ancora.

Sono le cose che si dicono sempre. Si dicono, e poi fra qualche mese ci ritroveremo punto e daccapo.
Ma come dico sempre, non sono solo gli incidenti, è il quotidiano stillicidio dell’ambiente che pozzi e raffinerie portano con sé.

E in Italia? Proprio in questi giorni è stato approvato ‘con prescrizioni’ il progetto Ombrina Mare – 4/6 pozzi, petrolio poco e scadente e la tanto discussa nave desolforante proposta dalla Medoilgas ora venduta alla Rockhopper.

Siamo a 5 miglia dalla riva. Come fa chi approva questi progetti in cuor suo a non sapere di avere firmato qualcosa di deleterio per l’Abruzzo, per l’Italia? Come fanno a stare dentro un Ministero dell’Ambiente e volerne decretare la morte? Come fanno i petrolieri solo a pensare che le loro proposte saranno in armonia con le nostre coste e il nostro mare, quando l’esperienza mondiale ci insegna che non è cosi? Non leggono tutti costoro la stampa?

Non sanno prendere esempio da ciò che accade nel resto del mondo? E se scoppia anche la nostra Fpso? Quella che si è incendiata in Norvegia era a 120 chilometri dalla costa. Con Ombrina saremo a un tiro di schioppo da riva. Mi hanno insegnato a guardare le cose in modo obiettivo. Non sono sempre stata attivista, ma dopo avere letto, indagato e riflettuto mi è parso chiaro come il sole che trivellare zone sensibili porta più danni che benefici. Per l’uomo, per l’ambiente. Con scoppi, senza scoppi. Per i miasmi, l’inquinamento del mare, il disturbo alla vita marina, lo stravolgimento del sottosuolo, la potenziale vita persa, i cambiamenti climatici.

E chi sta dentro il Ministero dell’Ambiente, secondo me, dovrebbe essere ancora più sensibile e più attento quando si approvano questi progetti. Evidentemente facciamo parte di un altro pianeta.

Qui le immagini della piattaforma Pemex incendiatasi in Messico.