L’esperienza arancione tramonta. Giuliano Pisapia non si ricandiderà a sindaco di Milano. Nell’aria da settimane, alla fine l’annuncio è arrivato, nonostante il pressing di parte del centrosinistra e della società civile per fargli cambiare idea. Rinuncia “non per stanchezza”, ma per la “coerenza” di non volere considerare la politica una professione, lui che era visto come l’unico in grado di riproporre una coalizione simile a quella di quattro anni fa, quando aveva tenuto insieme la sinistra-sinistra di Rifondazione comunista con un ex democristiano come Bruno Tabacci. Qualche pezzo, in realtà, nel tempo si è perso da quel maggio del 2011 in cui il trionfo di Pisapia veniva accompagnato da un arcobaleno sul Duomo e saluto da migliaia di persone a festeggiare in piazza: Tabacci non è più assessore da un po’, mentre le diversità di vedute con Rifondazione su temi cruciali come Expo rendevano ormai difficile la continuazione dell’alleanza per altri cinque anni. Ma senza Pisapia, le tinte arancioni lasceranno con ogni probabilità spazio a un allargamento a destra in salsa governativa, come già auspicato dai renziani del Pd. Mentre il rischio per il centrosinistra ora è uno: che a candidarsi sul fronte avverso sia Matteo Salvini.

Il segretario federale della Lega conosce bene Milano: ha scalato il vertice del partito partendo da qui, seduto per anni tra i banchi del consiglio comunale. “Sono a disposizione”, ha detto al Corriere della Sera, poco dopo l’annuncio di Pisapia. Al leader dei lumbard la decisione, se sfidare un domani l’altro Matteo per la conquista di Palazzo Chigi, oppure se puntare già da ora alla poltrona di sindaco: “A livello nazionale c’è Sua Maestà Renzi. Se avrà la bontà di consentire agli italiani una scelta, a me piacerebbe essere in campo come alternativa. Le politiche però saranno quando Renzi decide. Le comunali sono tra un anno”.

Nella corsa milanese Salvini potrebbe farcela, soprattutto se avrà dalla sua tutto il centrodestra, cosa divenuta più probabile da quando le inchieste giudiziarie hanno fatto saltare in modo definitivo le ambizioni da primo cittadino di Maurizio Lupi. E potrebbe farcela ancora di più se il centrosinistra non riuscirà a unirsi dietro a una candidatura altrettanto forte.

Tra i nomi che sono circolati nelle scorse settimane come possibili successori di Pisapia ci sono Emanuele Fiano, Ivan Scalfarotto e Lia Quartapelle, tutti e tre deputati del Pd di fede renziana, Umberto Ambrosoli, che alle scorse regionali ha unito le istanze della società civile a quelle dei partiti, senza però riuscire a uscire vincitore dalla sfida con Roberto Maroni. E ancora: gli attuali assessori Pierfrancesco Majorino e Cristina Tajani, forse gli unici in grado di raccogliere l’eredità del sindaco mantenendone il più possibile le sfumature originarie. Con tanto di gradimento di Sel, la cui presenza al fianco del Pd alle prossime elezioni è tutt’altro che scontata.

Si fanno poi i nomi Andrea Guerra, ex amministratore delegato di Luxotica, e di Giuseppe Sala, commissario unico di Expo, entrambi in grado di piacere al centrodestra. E di garantire quell’allargamento di cui meno di un mese fa il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini parlava così: “Se Pisapia non sarà della partita, ci si deve guardare intorno da una parte e dall’altra, a partire dall’esperienza di governo”. Parole che hanno fatto sorgere persino il sospetto che un’alleanza tra Pd e Ncd avrebbe potuto nascere a Milano attorno alla candidatura di Lupi. Tanto da rendere necessario, a scandalo giudiziario scoppiato, l’intervento del segretario regionale dei democratici Alessandro Alfieri per sottolineare che “Lupi è sempre stato un possibile candidato, ma del centrodestra. Solo nella malafede di gente che vuole male al Pd c’era un’ipotesi del genere”. In ogni caso, con la rinuncia di Pisapia, il Pd avrà le mani più libere nel determinare i confini della coalizione. E nel fare pesare il 43,3 percento dei voti ottenuto in città alle europee dell’anno scorso.

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