Con Expo e Mose credevamo di aver già ripercorso tutta la cronistoria del dejà-vu tangentizio con i suoi protagonisti senza tempo sempre perfettamente operativi ma ancora una volta era solo una parte della storia infinita del  sistema-paese-di-Tangentopoli.

Molti nomi, come quello dello stesso Incalza e del manager Expo Antonio Acerbo ritornano nell’ultimo grandioso sistema di corruzione su Grandi Opere, lavori pubblici, appalti che ha come epicentro il tunnel sotto Firenze.

Il bilancio al momento è: 4 arrestati tra cui i protagonisti assoluti e cioè il capo struttura tecnica del ministero infrastrutture e trasporti Incalza in carica ininterrottamente dal 1978, demansionato solo da Di Pietro e l’imprenditore Perotti;  51 indagati per una serie di reati che hanno come perno la corruzione e la turbativa d’asta.

A ripercorrere le gesta di Ercole Incalza, un potente di rango difeso non a caso da Titta Madia, zio dell’attuale ministro Marianna e già avvocato del governo Berlusconi e Prodi nel conflitto di attribuzioni contro la procura di Milano per il caso Abu Omar, si risale al craxiano Claudio Signorile e alle larghe intese o “larghe imprese” di quello che avrebbe dovuto essere il governo Maccanico con una poltronissima per Lorenzo Necci.

Come il suo sodale Ercole Incalza che è riuscito  finora ad essere “prosciolto” una quindicina di volte, una grazie alla prescrizione dimezzata dalla ex-Cirielli per corruzione in atti giudiziari, anche Lorenzo Necci, scomparso prematuramente, era stato coinvolto in molte inchieste senza essere mai condannato. E per questo nel convegno dedicato nel 2013 a “L’uomo ad alta velocità in un paese bloccato” Sacconi, presente insieme a Gianni Letta, Maurizio Gasparri, Anna Finocchiaro e molti altri, si era lanciato nella consueta invettiva anti-Tangentopoli, nel senso dell’inchiesta ovviamente, che avrebbe prodotto “effetti devastanti” e poi “sbarrato la strada” e “criminalizzato” i manager innovatori e “non polverosi”.

A commemorare Lorenzo Necci, meno di due anni fa non poteva mancare naturalmente Ercole Incalza in qualità di capostruttura del Ministero Infrastrutture e Trasporti che aveva voluto sottolineare il ruolo determinante di Necci nel progetto dell’alta velocità “avversato da critiche pesanti e gratuite già da allora”.

E all’incontro-commemorazione per “Ri-costruire un’Italia migliore” uno dei protagonisti degli scandali più inquietanti, anche nel paese dell’eterna Tangentopoli italiana, lo stesso Gianni Alemanno di Mafia Capitale  tuonava contro “l’aggressione pubblica, oggi come allora, ai manager pubblici che vogliono fare e creare qualcosa”.

Infine in qualità di giurista “eccellente” con decennale gradimento bipartisan c’era anche Luciano Violante per bollare la giustizia come “problema per chi vuole fare” tanto che “oggi se si vince un appalto si vince con buoni avvocati”. Il clima “culturale” dell’iniziativa, lo spirito, il tenore degli argomenti i nomi sono come una prefigurazione dell’oggi e sembrano preannunciare le imprese di alcuni dei partecipanti.

La rivalsa partitica contro Mani Pulite, il travisamento delle ragioni della giustizia con le lungaggini burocratiche, l’insofferenza al controllo di legalità diffuso e trasversale si coniugano molto bene con il coinvolgimento dei politici, non indagati finora,  nello scandalo Tva: Lupi, ministro delle infrastrutture e massimo estimatore-difensore a di Incalza in parlamento (con il figlio); Vito Bonsignore Udc-Fi-Ncd referente di D’Alema nella scalata Unipol e già indagato; Riccardo Nencini, viceministro di Lupi, socialista, sedicente garantista militante e per sua ammissione “non consapevole” del potere di Incalza e parrebbe nemmeno della sua funzione.

E la “vicinanza” di ministri e viceministri agli arrestati rende anche più comprensibile, forse troppo, il percorso impossibile  dello sbandierato pacchetto anticorruzione.