Il suo avvocato, Titta Madia, lo considera un campione di slalom processuale: “Per lui ci sono stati 14 proscioglimenti e mai una condanna. Un vero e proprio recordman”, ha detto con orgoglio. È vero che alcuni decisivi proscioglimenti sono stati per prescrizione, e che tra le prescrizioni c’è anche quella nel processo in cui era accusato di aver fatto arrivare soldi al magistrato per agevolare l’archiviazione. Ma il vero record di Ercole Incalza, 67 enne ingegnere di Brindisi, non va rintracciato nei quindici anni di performance giudiziarie, quanto nell’essere il più intoccabile degli intoccabili. Il suo potere sui grandi cantieri dell’alta velocità si conserva intatto dagli anni ‘ 80, quando fu portato al vertice del ministero dei Trasporti dallo storico leader della “sinistra ferroviaria” il socialista Claudio Signorile. Dopo 25 anni, Incalza figura ancora nei ranghi del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti come capo della Struttura tecnica di missione, in pratica il braccio destro del ministro Corrado Passera e del viceministro Mario Ciaccia, che vogliono dare impulso ai nuovi cantieri ferroviari come già facevano ai dai vertici della banca Intesa Sanpaolo.

Dire Incalza e dire alta velocità è la stessa cosa. Nel 1991, quando fu fondata la Tav, controllata Fs per la realizzazione delle nuove linee veloci, lasciò il ministero per diventarne amministratore delegato. Accanto a Lorenzo Necci, fu l’artefice dell’affidamento senza gara ai tre “general contractor” (Iri, Eni e Fiat) del gigantesco appalto. Sosteneva di aver trovato il sistema di far costruire tutto con il “contratto chiavi in mano”, a prezzo bloccato, e senza possibilità di contenzioso. “Hanno avuto tutto il tempo per compiere rilevamenti e studi: se poi li hanno sbagliati, che siano loro a pagare”, diceva dei costruttori nel 1992. Il costo dell’alta velocità, dai 30 mila miliardi di lire iniziali, è cresciuto solo fino a 180 mila: sei volte.

Nel maggio 1993, quando i principali costruttori italiani erano in galera a causa dell’inchiesta Mani Pulite, Incalza dichiarava risoluto a la Repubblica: “A quanto ci risulta, fino ad oggi, per quanto riguarda l’alta velocità solo Papi (per Cogefar-Impresit) e cooperative avrebbero ammesso di aver pagato tangenti. Queste imprese usciranno dal novero delle aziende impegnate con noi”. Due imprecisioni in una sola frase. La prima è che dalla Cogefar-Impresit è nata l’Impregilo che non ha mai smesso di fare il bello e il cattivo tempo nell’alta velocità. La seconda è che negli stessi giorni stava partendo a Roma un’inchiesta sul grande affare Tav, proprio a carico di Incalza.

Il quale, a fine ‘ 96, travolto da un’altra inchiesta, quella della procura della Spezia che portò in carcere Necci, si dimise dalla Tav, e rimase con due inchieste da fronteggiare. Il sostituto procuratore di Roma Giorgio Castellucci, che indagava Incalza per abuso d’ufficio, si distinse per ripetute richieste di archiviazione puntualmente re-spinte dai Gip. Fino a che i magistrati di Perugia lo arrestrarono il 7 febbraio 1998, accusandolo di essersi fatto corrompere insieme all’altro magistrato romano Renato Squillante. Lo stesso giorno furono arrestati anche i presunti corruttori: Necci, Incalza e Chicchi Pacini Battaglia. Secondo le accuse dei pm, per tenersi buoni Castellucci e Squillante, avevano dato congrue consulenze a tre avvocati vicini ai due magistrati romani: Astolfo Di Amato, Fiorenzo Grollino e Marcello Petrelli, anche loro arrestati lo stesso giorno.

L’inchiesta proseguì faticosamente, in parallelo con una terza, quella genovese per i lavori preparatori proprio del Terzo valico, in cui Incalza venne coinvolto nel 1996. Mentre l’avvocato Madia gestisce l’intricata matassa processuale, il potente ingegnere riprende a tessere la tela del suo potere al ministero delle Infrastrutture. Eccolo di nuovo in sella nel 2001, a fianco del nuovo ministro berlusconiano Pietro Lunardi, in prima linea con la sua Rocksoil nella realizzazione delle gallerie dell’alta velocità: il fornitore di Incalza chiama il manager sotto processo a capo della segreteria tecnica del dicastero.

E dove non arriva la bravura degli avvocati ci pensa la legge Cirielli. Il 6 febbraio 2006 arriva la prescrizione per il processo di Genova, che così salva, oltre a Incalza, anche il manager del gruppo Gavio Bruno Binasco (già protagonista di Mani pulite, oggi di nuovo alla ribalta come indagato nel caso Penati), ancora impegnato nel Terzo valico.

Meno di un anno dopo, nel gennaio 2007, la prescrizione chiude anche il processo di Perugia per corruzione in atti giudiziari, e insieme a Incalza si trovano prosciolti i magistrati Castellucci e Squillante.

Ma Incalza non ha finito di soffrire. Nel maggio 2010 i magistrati che indagano sulla Cricca scoprono che il famoso architetto Angelo Zampolini, quello che pagò la casa di Scajola all’insaputa del beneficiario, nel 2004 aveva contribuito con 520 mila euro in nero all’acquisto di un appartamento da parte del genero di Incalza, Alberto Donati. Incalza non fa una piega. Si dichiara estraneo ai fatti e consegna ad Altero Matteoli, successore di Lunardi, una lettera di dimissioni. Matteoli comunica la sua decisione: “Ci ho parlato, ho respinto le dimissioni, resta là”. Così Passera e Ciaccia ce l’hanno trovato, e sono contenti: con uno così le grandi opere, per inutili che siano, vanno col turbo.

Il Fatto Quotidiano, 22 dicembre 2011