Ci sono torri e torri. E questo Silvio Berlusconi lo sa bene. Ecco perché potrebbe essere disposto a ridimensionare le ambizioni della sua Ei Towers su Rai Way pur di mettere un piede nel futuro polo nazionale delle antenne di trasmissione. Un big del settore, che offrirà servizi per la televisione, ma anche e soprattutto per la telefonia è del resto un progetto molto interessante con una prospettiva redditizia per i futuri soci, ma con il neo non secondario, per il consumatore, che produttori di contenuti e rete di trasmissione si troverebbero a convivere in un matrimonio incestuoso che non ha pari in Europa. Con guadagni che fanno impallidire l’attuale offerta di Mediaset per la filiale di viale Mazzini. Lo testimoniano i numeri di società leader di mercato come la statunitense Crown Castle, in passato candidata all’acquisto di Rai way e stoppata dall’allora ministro Maurizio Gasparri per evitare “un tragico errore”. L’azienda americana, proprietaria di 40mila torri, ha archiviato il 2014 con un fatturato in crescita del 22% a 3,69 miliardi di dollari rispetto al precedente esercizio e un margine operativo in ascesa del 19% a 2,14 miliardi. In pratica, la metà di quanto il gruppo incassa si trasforma in margini. Il motivo? “Oggi, l’accesso alla tecnologia e all’informazione non è più un lusso. E’ una necessità”, come recita il sito di Crown Castle, gruppo che in un anno ha raddoppiato la cedola per i suoi azionisti e che, secondo Morgan Stanley, promette di fare meglio nei prossimi anni in virtù dei vantaggi che “otterrà come operatore wireless”.

Negli Stati Uniti il business dell’infrastruttura necessaria alla telefonia è già oggi la nuova gallina dalle uova d’oro. Poco importa che si chiami fibra o torri di trasmissione. Il punto centrale è che il proprietario della rete intasca lauti guadagni che derivano da una posizione di monopolio o al massimo di oligopolio. Di qui la ragione dell’offerta pubblica di acquisto e scambio di azioni lanciata da Ei Towers che si scontra con la volontà del governo di mantenere il 51% di Rai way in mano pubblica. Inoltre, dal punto di vista del Biscione, l’offerta sulle torri di viale Mazzini ha anche un altro merito: smuove le acque nel tormentato mondo delle telecomunicazioni tirando indirettamente in ballo anche l’indebitata Telecom Italia. L’ex monopolista si è subito chiamato fuori dalla partita delle antenne. Tuttavia è un fatto che solo pochi giorni fa, la società abbia deciso di mettere sul mercato la controllata Inwit e le sue circa 18mila torri di trasmissione con l’obiettivo di far cassa e avere a disposizione più munizioni per finanziare nuovi investimenti. “Un unico grande operatore di torri di trasmissioni potrebbe rendere conveniente l’uso dell’infrastruttura persino per chi ha un network di proprietà”, spiega un esperto del settore. Il rischio però è che il nuovo polo nazionale delle antenne venga costruito a suon di scambi azionari con un risultato finale inquietante: lo Stato si troverebbe a diventare socio in affari di Mediaset alle prese con l’arrivo di nuovi rivali come Netflix e di Telecom, preoccupata dalle indiscrezioni sullo spegnimento della rete in rame smentite dal sottosegretario alle telecomunicazioni, Antonello Giacomelli. Per non parlare del fatto che l’affare delle antenne potrebbe essere solo un tassello di un più ampio progetto di convergenza fra il Biscione e Telecom, nel pieno di un delicato riassetto azionario.

Difficile immaginare l’esito dell’offerta di Ei towers su Rai Way e capirne il peso specifico all’interno della più ampia partita della fibra su cui il governo Renzi tarda a prendere decisioni. Ma è certo che l’operazione Rai Way ha un suo rilievo nella costruzione del futuro dell’impero di Silvio Berlusconi: le nozze fra la filiale della Rai e la società del gruppo Mediaset creerebbero infatti un primo polo delle torri con più di 5500 antenne destinate oggi principalmente alla trasmissione del segnale televisivo. L’eventuale nuova società avrebbe però un notevole potenziale anche nel più redditizio comparto della telefonia come testimonia anche il progetto, finito nel dimenticatoio, di trasformazione di Rai Way nel primo network italiano di punti d’accesso senza filo alla rete (hot spot wi-fi) al solo costo del canone. Ecco perché il sottosegretario Giacomelli ha tenuto a precisare che nella faccenda delle antenne ci sono solo due soluzioni: “un unico operatore puro” che non fornisca però contenuti oppure un “soggetto di controllo pubblico che assicuri questa stessa funzione”.

L’esperienza straniera può forse mostrare la strada sia sotto il profilo industriale che sotto quello della governance. In Europa, il business delle torri tv e telefonia viaggiano da tempo bene insieme: sia la francese TDF che la spagnola Abertis, hanno in pancia entrambi i tipi di torri di trasmissione con un modello in cui lo Stato è ancora presente. Il governo di François Hollande ha infatti il 24% di TDF attraverso Bpi France, controllata dallo Stato e 50% dalla Caisse des Dépôts e può contare su un alleato strategico come Ardian, l’ex fondo di private equity della compagnia assicurativa Axa. Lo Stato spagnolo è più defilato, ma la mano pubblica è comunque presente nell’infrastruttura attraverso Abertis: il gruppo è proprietario di Abertis Telecom, che ha appena concluso l’atteso acquisto di 7.377 antenne italiane da Wind per 693 milioni. E’ quotato alla borsa di Madrid e vanta un ampio numero di soci. Fra i più importanti (22%) c’è la Caixa di Barcellona, di cui è socia l’omonima Fondazione bancaria nella quale cui hanno un ruolo di peso (17%) le municipalità locali. In Francia, in Spagna e anche in Germania, i gestori della rete delle antenne sono operatori indipendenti rispetto ai produttori di contenuti come del resto vuole l’Europa anche per altre infrastrutture come ad esempio quelle del trasporto su rotaie. E’ evidente a tutti, infatti, che al contrario per i produttori di contenuti proprietari anche della rete unica si moltiplicherebbero le possibilità di mettere i bastoni tra le ruote ai conccorrenti, come dimostra il caso del multe ricevute da Telecom Italia proprio per abuso di posizione dominante. Su frequenze diverse, si muove, invece, la Svizzera dove le torri di trasmissione sono in mano al proprietario di Fastweb, Swisscom, operatore di telefonia che è controllato dal governo federale al 51 per cento. Nel panorama europeo, infine, solo in Irlanda il network delle torri è gestito da un gruppo media, RTE, l’emittente televisiva pubblica nazionale. Non certo una società di un privato imprenditore di contenuti media come potrebbe accadere in Italia nel caso in cui davvero nascesse il nuovo nazionale polo delle antenne con l’unione fra Ei Towers e Rai Way.