Connessione wireless fornita dalla Rai grazie alle torri di Ray Way. E magari anche al solo costo del canone. Il progetto che trasforma la divisione della tv pubblica in un gestore di telecomunicazioni, esiste già dal 2006. Ed è oggi sul tavolo del direttore generale, Luigi Gubitosi, oltre che nelle mani della Commissione di vigilanza e del sindacato Usigrai. La fattibilità tecnica è stata quindi già verificata, manca l’avallo politico all’interno di un piano industriale della Rai che non punti solo ai tagli, ma anche ad una più ampia e remunerativa strategia di sviluppo di nuovi business. 

Secondo il documento, che l’inviato della Rai, Leonardo Metalli, punta a trasformare in una proposta di legge raccogliendo consensi in rete, la metamorfosi della Rai è tecnicamente possibile e poco onerosa perché sfrutta i ponti di Rai Way per creare il primo network italiano di punti d’accesso senza filo alla rete (hot spot wi-fi). Una rete capace di coprire anche le aree più remote del Paese. Ray Way può infatti contare su 2.200 siti diffusi capillarmente sul territorio nazionale. Di questi almeno 150 sono strutturati in modo da redistribuire segnali alle isole a a distanza di oltre 400 chilometri. 

Delle potenzialità di Ray Way erano ben coscienti, del resto, gli americani di Crown Castle che nel lontano 2001 erano disposti a pagare 800 miliardi di lire per il 49% della società, il doppio dell’attuale valorizzazione. All’epoca, l’operazione, imbastita dal governo di Giuliano Amato e realizzata dal tandem dirigenziale Roberto Zaccaria e Claudio Cappon, non andò a buon fine. Il cambio di governo, che nelle politiche di maggio 2001 porta Silvio Berlusconi alla presidenza del consiglio, scompiglia le carte in tavola con il ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri che si mette di traverso all’operazione. La cessione del 49% di Ray Way viene così definitivamente accantonata in ottobre dopo i tragici eventi delle Torri gemelle a New York e l’inizio di una crisi economica che mette a dura prova gli americani.