La maggioranza di Matteo Renzi è alla prese da mesi con la discussione sulle soglie di punibilità del falso in bilancio, quelle introdotte nel 2003 dalla legge ad personam berlusconiana. Motivazione ufficiale offerta dal ministro della Giustizia Andrea Orlando: evitare che gli imprenditori italiani rischino di finire davanti al giudice per semplici “errori”. Peccato che in altri Paesi, a partire dai nostri partner europei come Francia e Regno Unito, queste soglie semplicemente non esistano. Il falso in bilancio è sempre punibile, senza limiti percentuali né zone franche di altro tipo. Le soglie di impunità, insomma, rappresentano un’anomalia tutta italiana. Non servono a salvaguardare chi sbaglia senza dolo (già oggi non punibile per legge) e non aiutano le piccole imprese rispetto a quelle più grandi (che anzi possono accantonare fondi neri ben più pingui). Nessun altro Paese europeo prevede uno spazio legale per la creazione di fondi neri. E non certamente per disprezzo della propria classe imprenditoriale. Eppure il Governo sembra orientato a mantenere quelle soglie (pur riducendole), quando da martedì 17 febbraio si voterà in Senato la nuova norma sul falso in bilancio, nell’ambito del ddl anticorruzione. 

Attribuire rilevanza penale solo alle falsità che superano certe soglie percentuali è una scelta “in grado di determinare ampissimi spazi di impunità”. Lo scrive con chiarezza Sergio Seminara, professore di diritto penale dell’Università di Pavia, che nel 2006 ha pubblicato su Criminalia uno studio sul trattamento del falso in bilancio tra Italia e all’estero. Le soglie, argomenta, non hanno nulla a che fare con la salvaguardia delle piccole e medie imprese dato che la legge italiana non fa distinzione tra le società in base alla loro dimensione, ma solo tra quelle quotate in Borsa o meno. La soluzione delle soglie, introdotta dalla legge berlusconiana e che il governo Renzi si prepara a mantenere (forse limitandone la portata) è un unicum italiano che non trova giustificazione se non nella volontà di rendere meno perseguibile il falso in bilancio. Le norme degli altri paesi europei, dove affrontano il problema della salvaguardia delle imprese, fanno appello alla significatività dell’alterazione, lasciando al giudice il compito di stabilire quando essa è particolarmente esigua.

Il professor Seminara ha comparato il sistema italiano agli altri Paesi: “Da noi un unicum che crea impunità”

In Francia il falso in bilancio è punito con la reclusione fino a 5 anni e una multa fino a 375mila euro. La prescrizione, di tre anni, decorre dal momento del delitto, ma la pubblicazione del bilancio infedele dà vita ad un delitto autonomo e fa decorrere un nuovo termine di prescrizione. In Germania la comunicazione falsa è punita, fino a tre anni di reclusione in alternativa alla multa,  indipendentemente dall’effettivo inganno del destinatario o dall’esistenza di un danno o di un pericolo per il patrimonio, poiché la norma tedesca tutela “la fiducia collettiva nell’esattezza di specifiche, importanti, dichiarazioni”. Per tenere conto della possibile distanza tra le cifre e la realtà delle società, in Germania la norma ricorre alla “significatività della falsa od omessa rappresentazione” che viene però sempre interpretata in senso restrittivo. La prescrizione, che dura 5 anni, decorre con la presa di conoscenza del reato da parte della collettività.

In Europa siamo ben lontani dai livelli sanzionatori dei paesi anglosassoni, nota il professor Seminara nel suo studio. Il Theft act del Regno Unito prevede per il “False accounting” una pena fino a sette anni di reclusione. Negli Stati Uniti, l’ U.S. Code, prevede a carico dell’amministratore e del direttore finanziario una multa fino ad un milione di dollari e/o la reclusione fino a dieci anni, oppure una multa fino a cinque milioni di dollari e/o la reclusione fino a venti anni, a seconda che il falso sia stata eseguito consapevolmente o con piena volontà. Eppure, in nessun caso, in Europa qualcuno ha mai previsto delle soglie di punibilità che il Governo italiano ripropone come salvagente dell’imprenditoria nostrana. Tanto che fino all’estate scorsa il ministero guidato da Orlando faceva mostra di volerle eliminare. Si legge infatti in una relazione tecnica alla riforma della giustizia datata 17 luglio 2014:  “Sono eliminate, in particolare, le  zone d’ombra e di non punibilità che finivano per incentivare meccanismi artificiosi tanto più difficili da scoprire quanto maggiori fossero le dimensioni della società”.

“Non solo non esistono soglie, ma in Regno Unito e Usa i manager che truccano i conti rischiano pene durissime”

“Le soglie di punibilità non esistono nel mondo anglosassone, né in Germania, Francia o Spagna”, conerma Mario Vaudano, ex magistrato dell’Olaf, noto in Italia per aver condotto le indagini sullo scandalo petroli e oggi membro del consiglio di amministrazione dell’Observatoire Geopolitique des Criminalites di Parigi. “Inoltre negli altri paesi, a differenza di quel che accade con l’attuale legge italiana, causare un danno in concreto è ritenuto un’aggravante”. Il falso in bilancio è punito a prescindere dalle sue conseguenze su soci e creditori ed è perseguito d’ufficio, senza la necessaria denuncia della parte lesa (aeccezione della Spagna). “Negli altri paesi le pene per il falso in bilancio sono in genere di tre-cinque anni di reclusione, sono previste multe molto salate e, soprattutto, esiste un sistema di prescrizione molto più duro di quello italiano, tanto che negli altri Paesi questi reati si prescrivono difficilmente” continua Vaudano. “In Francia, per esempio, esiste una possibilità molto più ampia per applicare la custodia cautelare (prevista per qualsiasi delitto punibile a più di un anno di carcere) e ricorrere alle intercettazioni. Aggiungo che in Francia, se gli amministratori o i responsabili sociali hanno fatto il necessario per dissimulare le loro azioni, la prescrizione non decorre che dalla scoperta del bilancio falso”.

Il Governo si è detto pronto a intervenire su alcuni di questi punti, trasformando ad esempio il falso in bilancio da reato di danno (punibile solo quando viene provato un danno a soci e creditori) a reato di pericolo e introducendo la procedibilità d’ufficio. È grazie a questi passaggi, dati per certi nella proposta governativa, che nei giorni scorsi il ministro Orlando ha ricevuto la telefonata di complimenti da Renzi e la benedizione dell’Anm. Le soglie però sono ancora lì, pietra dello scandalo nostrano, anche se il loro mantenimento lascia ampissimi margini di impunità, capaci di annichilire le altre auspicate modifiche della legge.

La prossima settimana si vota in Senato il ddl anticorruzione. Il governo pensa di limare le soglie, ma non di abolirle

“Le soglie sono fonte di incertezza giurisprudenziale e di complicazioni, oltre ad essere sostanzialmente ingiuste” continua Vaudano. Un salvacondotto per accantonare fondi neri, anche a sei zeri, che non trova giustificazione di sorta. “Sono assolutamente contrario al loro mantenimento” conclude l”ex magistrato “tanto più che è in corso di approvazione un decreto delegato al Governo sulla improcedibilità per tenuità del fatto”. Una nuova norma che lascerà al giudice la decisione di non procedere su reati puniti fino a cinque anni quando le condotte sono ritenute di poco conto. “Il giudice potrà decidere di non procedere, ma dovrà sempre rigorosamente attenersi nella valutazione della gravità del fatto ai criteri fissati dal codice penale e all’eventuale opposizione della vittima”. Quel che succede negli altri Paesi, insomma, dove sono escluse dalla punibilità le falsità che alterano in maniera “non significativa” i bilanci. E dove nessuno ha mai cercato di far passare un salvacondotto di impunità come norma “a tutela dei piccoli e medi imprenditori”.