Attacchi coordinati e simultanei. Dall’affiliazione lo scorso autunno dell’organizzazione terroristica Ansar Bayt Al Maqdis allo Stato Islamico in molti attendevano un gesto di forza e ieri sera è arrivato. Il gruppo con base in Sinai, che dopo la sua alleanza con Al-Baghdadi ha cambiato il suo nome in Wilayat Sina (appunto, provincia del Sinai) ha portato avanti nel nord della penisola una delle operazioni tatticamente più difficili provocando 32 morti e un centinaio di feriti. Il primo attacco è stato compiuto con una bomba che ha colpito il quartier generale delle forze di sicurezza, una base militare e un hotel nella cittadina di El Arish. Poco dopo dei miliziani hanno sferrato un attacco in un checkpoint a Rafah. Poi ancora una bomba a Suez e un’altra aggressione a El Arish contro un posto di blocco.

L’organizzazione terroristica ha rivendicato su Twitter tutti e 4 gli attacchi mentre c’è imbarazzo tra l’esercito egiziano che in Sinai sta portando avanti da diversi mesi un’importante operazione militare per eliminare i gruppi jihadisti che, dalla deposizione del presidente Mohammed Morsi nell’estate del 2013, hanno provocato centinaia di morti tra esercito e polizia. A questo si aggiunge la costruzione di una buffer zone lungo i 15 chilometri al confine con la Striscia di Gaza che dallo scorso settembre ha visto i militari egiziani impegnati nella demolizione di più di 800 abitazioni a Rafah, cittadina al confine con Gaza. Questa strategia sta mettendo in profonda crisi la reputazione del presidente egiziano Al Sisi come leader della lotta al terrorismo in Medio Oriente. Il capo di stato, in un discorso ad Al-Azhar aveva chiesto lo scorso mese una riforma dell’Islam attraendo nuove simpatie tra i leader occidentali cementate anche dalle sue visite in Europa, l’ultima la settimana scorsa al World Economic Forum di Davos.

Ma il “modello Sisi”, se affascina l’opinione pubblica occidentale, sembra fallire proprio in Egitto a causa di fattori legati alla politica interna. La criminalizzazione dei Fratelli Musulmani e la dura repressione contro tutte le forme di opposizione ha creato un pericoloso effetto boomerang, dando nuova linfa alle organizzazioni terroristiche nella penisola. Mettere sullo stesso piano gli ikhwan (nome arabo dei Fratelli Musulmani) e i gruppi jihadisti ha portato, secondo molti esperti, a una strategia militare impropria. L’ultimo esempio è proprio la buffer zone a Gaza, creata per porre fine al traffico dei tunnel clandestini dalla penisola alla striscia governata da Hamas, gruppo cugino politico dei Fratelli Musulmani. Un corrispondente da Rafah, che preferisce restare anonimo, racconta a IlFattoQuotidiano.it che “l’esercito sottovaluta la composizione egiziana dei gruppi mettendo troppa enfasi sul ruolo di Hamas nel jihad ai fini di propaganda”.

Dallo scorso ottobre, quando un attentato aveva ucciso quasi 30 persone tra le forze di sicurezza, nella penisola molte cose sono cambiate. Mentre le informazioni continuavano (e continuano ancora oggi) ad arrivare solo dai comunicati dell’esercito, a novembre Ansar Bayt Al Maqdis ha giurato fedeltà a Al-Baghdadi. Dopo soli 2 mesi di calma apparente ieri ha sferrato l’attacco mostrando una crescita anche dal punto di vista tattico e militare.

Secondo Aron Y. Zelin, esperto di jihad, tra le numerose affiliazioni allo Stato Islamico in Medio Oriente, la Libia e l’Egitto sono i modelli principali per l’espansione del califfato. Alcuni giorni fa sul Washington Post l’analista spiegava che l’organizzazione aveva già fatto dei piccoli cambi di strategia,andando oltre i tradizionali attacchi alle installazione militari e ai gasdotti. Ad esempio, il 2 gennaio scorso, un gruppo di miliziani aveva bruciato un carico di marijuana dopo aver arrestato dei trafficanti. Alcuni giorni dopo altri membri del Wilayat Sina hanno distribuito degli aiuti agli sfollati di Rafah che hanno perso la loro casa nella costruzione della buffer zone. Un atteggiamento in linea con quello che è stato definito il modello della territorializzazione dell’Isis – diverso dal sistema “franchising” di Al Qaeda – che prevede la creazione di sistemi parastatali.

Inoltre, i leader dello Stato Islamico stanno promuovendo il Wilayat Sina come un luogo per l’arruolamento di nuovi combattenti. Per esempio, le due agenzie semi ufficiali dell’Isis al-Battar e al-Jabhah al-Ialamiyyah, nel pamphlet rilasciato lo scorso dicembre “Venite in Sinai e innalzate le fondamenta del vostro stato”, indicavano la penisola come uno dei punti per il reclutamento. Il presidente Sisi oggi ha sospeso la sua visita in Etiopia per il summit dell’Unione Africana, mentre gli analisti avvertono che se il presidente continuerà con questa strategia militare nuove persone potrebbero reclutarsi nella penisola a sostegno dello Stato Islamico.