Il governo cede al pressing di sindacati e imprese e fa scadere la delega sui salari “equi”. Cosa resta nel decreto Primo maggio
Il governo Meloni ha lasciato scadere la delega sulle retribuzioni “giuste ed eque” e sulla contrattazione collettiva che la maggioranza di centrodestra aveva approvato lo scorso autunno modificando alla radice – e snaturandola – la proposta di legge delle opposizioni per l’introduzione di un salario minimo. Una scelta obbligata: l’intenzione di entrare a gamba tesa sul tema della rappresentanza fissando come riferimento per i salari quelli previsti dai contratti nazionali “più applicati”, anche se firmati da sigle minori, ha ottenuto nei giorni scorsi l’inedito risultato di far salire sulle barricate contro il prossimo decreto Primo maggio non solo i sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil (reduci da anni di divisioni) ma pure le associazioni datoriali. Unanimi nel chiedere all’esecutivo di fermarsi e aspettare l’esito del confronto in corso tra le parti sociali sull‘annoso tema della misurazione dell’effettivo peso delle sigle nei diversi comparti.
Per evitare l’effetto boomerang si è deciso quindi, come ufficializzato sabato in una nota del ministero del Lavoro guidato da Marina Elvira Calderone, di puntare su “risposte più celeri e più concrete di quanto si sarebbe potuto fare con la legge di attuazione della delega in materia di contrattazione collettiva” attraverso “un provvedimento organico per rafforzare i dati positivi del mondo del lavoro degli ultimi anni”. Ovvero? Il testo, atteso in consiglio dei ministri il 30 aprile, dovrebbe limitarsi a rinnovare i bonus per le assunzioni di giovani e nelle Zes, altrimenti in scadenza, e forse rendere strutturale la detassazione degli aumenti contrattuali per chi ha redditi sotto i 33mila euro annui, dei trattamenti accessori e dei premi di produttività. Coperture permettendo.
Un riferimento alla contrattazione collettiva potrebbe rimanere: le bozze richiamano l’articolo 51 del decreto legislativo 81 del 2015, uno dei decreti attuativi del Jobs Act, in base al quale per contratti collettivi si intendono quelli “stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”. Stop invece alle ambizioni del sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, che puntava a inserire nel testo un principio di equivalenza in base al quale i sindacati minori avrebbero potuto far valere gli accordi da loro firmati sostenendo che sono pari a quelli principali, anche se peggiorativi per i lavoratori.
“Hanno fatto approvare in tutta fretta, il 6 dicembre 2023, e poi tenuto ferma per quasi due anni al Senato (con approvazione il 23 settembre 2025), una legge delega invisa alle parti sociali perché avrebbe avuto come effetto principale quello di favorire la contrattazione pirata. Per poi lasciarla cadere non esercitandola entro la scadenza”, ha sintetizzato Maria Cecilia Guerra, responsabile Lavoro della segreteria nazionale del Pd. “Tre anni di inutili chiacchiere. Al palo, oltre alle loro proposte restano purtroppo anche i salari dei lavoratori”. Il capogruppo del M5S in commissione Lavoro alla Camera Dario Carotenuto parla di “Parlamento esautorato e ridotto a spettatore, mentre l’esecutivo procede senza rispettare gli impegni presi” e “il Governo si prepara a varare un nuovo decreto in vista della Festa dei lavoratori, che con ogni probabilità sarà blindato e sottratto a un reale confronto parlamentare e democratico”.
Il decreto, nelle intenzioni, includerà anche misure per la sicurezza nei luoghi di lavoro. E dovrebbero arrivare tutele per i lavoratori delle piattaforme digitali in attuazione della direttiva europea che prevede la presunzione della subordinazione se attraverso gli algoritmi la piattaforma esercita controllo e direzione. Nulla, salvo sorprese dell’ultimo minuto, contro i salari di fame che hanno convinto il pm di Milano Paolo Storari – autore di una lunga serie di inchieste su gruppi della logistica, della vigilanza privata e del lusso che hanno portato a sequestri per centinaia di milioni e alla stabilizzazione di decine di migliaia di lavoratori – a mettere sotto controllo giudiziario Glovo e Deliveroo, accusate di caporalato.
Del resto, nel vuoto legislativo, la magistratura sta continuando a fare da supplente e offrire una rete di salvataggio rispetto ai salari troppo bassi. La Corte di Cassazione nel 2023 ha fissato un principio chiave: il giudice non è vincolato a far riferimento ai minimi contrattuali stabiliti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria. Può disapplicare i contratti collettivi nazionali che non rispettino l’articolo 36 della Costituzione, stando al quale la retribuzione deve essere “proporzionata alla quantità e qualità del lavoro” e “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Se la paga prevista è bassissima, la magistratura può fare riferimento a contratti di settori affini o mansioni analoghe con trattamenti più elevati o a indicatori nazionali o sovranazionali (quelli Istat sul costo della vita o i criteri previsti dalla direttiva Ue, inattuata dall’Italia, in base alla quali il minimo orario dovrebbe essere fissato a un livello vicino al 60% del salario lordo e al 50% di quello mediano). Mentre la politica resta immobile, insomma, per ottenere il riconoscimento della giusta retribuzione bisogna far causa. Con relative spese e senza garanzie sull’esito visto che il pronunciamento della Cassazione non è vincolante.