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Magyar spegnerà i tg di Stato per ‘disintossicazione’: una nuova arma? Mi viene in mente un altro esempio

In fondo, il controllo dell’informazione di stato non ha salvato Orban dalla sconfitta elettorale, ma il silenzio potrebbe offrire a Magyar la possibilità di nascondere i suoi errori futuri.
Magyar spegnerà i tg di Stato per ‘disintossicazione’: una nuova arma? Mi viene in mente un altro esempio
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Ormai tutti lo sanno, l’informazione è diventata comunicazione di potere, un sistema mediatico che i leader illiberali – di ieri e di oggi – hanno costruito per trasformare le notizie in un’arma. L’esempio più recente e fragoroso arriva dall’Ungheria, dove il nuovo primo ministro eletto, Peter Magyar, ha annunciato una scelta drastica: spegnerà i telegiornali di Stato appena formerà il governo. Non si tratta di una censura, dice, ma di una disintossicazione.

Per anni, quei microfoni e quelle telecamere hanno diffuso paura e menzogne, lavorando esclusivamente per tenere al potere Viktor Orbán. Ma è giusto abolire i telegiornali e i radiogiornali, potrebbe questo silenzio trasformarsi in una nuova arma per impedire al cittadino di venire a conoscenza della realtà? In fondo, il controllo dell’informazione di stato non ha salvato Orban dalla sconfitta elettorale, ma il silenzio potrebbe offrire a Magyar la possibilità di nascondere i suoi errori futuri.

Per rispondere facciamo un passo indietro. Il nazismo aveva capito prima di chiunque altro il potenziale della radio e del cinema. Joseph Goebbels, ministro della Propaganda, teorizzò la “grande menzogna” dove la ripetizione ossessiva, ripetuta abbastanza volte, diventa verità. E aveva ragione. E così la radio, controllata dal potere, divenne obbligatoria nei luoghi pubblici. Chi osava ascoltare le stazioni nemiche rischiava il campo di concentramento.

Il fascismo, dal canto suo, perfezionò il modello con l’Istituto Luce (1925): i cinegiornali proiettati obbligatoriamente in tutti i cinema prima del film offrivano un’immagine del Duce che parlava a piazze traboccanti di gente, deumanizzavano il nemico e ingigantivano le vittorie fasciste. La stampa fu “fascistizzata”, i direttori erano nominati dal governo, le notizie venivano uniformate, nessuna voce fuori dal coro era tollerata.

Torniamo al presente. Nelle sue prime e tese interviste pubbliche dopo 18 mesi di blackout, Magyar ha paragonato l’informazione di Stato ungherese proprio alla propaganda della Corea del Nord o della Germania nazista. Un paragone forte, ma che aiuta a capire l’intensità del problema: un flusso quotidiano in cui Orbán veniva dipinto positivamente il 95% delle volte, mentre il leader dell’opposizione veniva distrutto nel 96% dei servizi.

I giornalisti, complici di un sistema basato sul clientelismo e sull’odio, ora si sono ritrovati dall’altra parte della barricata, interrompendo e attaccando Magyar in diretta, come se il verdetto delle urne non fosse mai arrivato. L’ex insider diventato nemico giurato ha risposto con una promessa: niente più notiziari di Stato finché non verrà ripristinato un equilibrio politico. Non vendetta, dice, ma diritto dei cittadini a una “radiotelevisione pubblica che dica la verità”.

E l’Italia di oggi? Qui il meccanismo è diverso, più sottile, ma non meno significativo. Giorgia Meloni non ha bisogno di trasformare la Rai in una fabbrica di menzogne alla Orbán. Il suo metodo è più elegante, ed è quello del silenzio selettivo. La presidente del Consiglio ha scelto una strategia chiara: pochissime interviste, concesse solo a stampa amica o a conduttori che non fanno domande scomode. Non si espone al contraddittorio, non rischia la gaffe o la domanda inaspettata.

È un potere che si nutre di assenza, di un racconto mediatico che filtra attraverso i suoi portavoce e i suoi canali social, mentre l’opposizione protesta per un’informazione pubblica sempre più sbilanciata.

Dove sta la differenza con i regimi del passato? Il fascismo e il nazismo usavano i media come un martello, riempiendo ogni spazio disponibile con la voce del capo. Meloni usa l’assenza come uno scudo: non concede interviste perché “tanto parlano già tutti di me”, e nel frattempo la narrazione rimane sotto il suo controllo indiretto. Ma l’effetto, per certi versi, è simile: il dibattito pubblico si impoverisce, il contraddittorio si atrofizza.

Goebbels diceva che “chi non vive nella paura non capisce la propaganda”. Oggi, forse, basterebbe dire: chi non ascolta mai domande scomode non ha bisogno di censurare le risposte. Magyar ha giurato che il suo primo viaggio da premier sarà a Varsavia, da Donald Tusk, che nel 2023 fece esattamente ciò che lui promette ora: spense il canale di Stato polacco, ridotto a megafono del nazionalismo. E l’Europa? Osserva. Perché quei 20 miliardi di euro di fondi Ue congelati all’Ungheria non riguardano solo corruzione e stato di diritto, ma anche il modo in cui un governo racconta (o non racconta) la realtà ai suoi cittadini.

La lezione della storia è chiara: quando lo Stato controlla la verità, la democrazia inizia a morire. Non serve una divisa nera o una svastica. Basta una telecamera sempre accesa sul sorriso del leader – o sempre spenta davanti alle domande scomode.

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