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Critiche alla democrazia: il capitano Traoré parla il linguaggio dei giovani del Burkina Faso e piace

Decenni di governi eletti, di transizioni finanziate dall'esterno, di presidenti scelti con il placet di Parigi — e il paese è rimasto povero, dipendente, umiliato
Critiche alla democrazia: il capitano Traoré parla il linguaggio dei giovani del Burkina Faso e piace
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Li indossa sempre. Anche quando stringe la mano ai capi di stato, anche quando parla alle folle, anche quando firma i decreti. I guanti militari di Ibrahim Traoré sono diventati un simbolo — di guerra, certo, ma anche di qualcosa che in Burkina Faso moltissimi leggono come integrità. Come se toglierli significasse cedere.

Li aveva anche durante la conferenza stampa dello scorso 2 aprile in cui il Capitano si è seduto davanti alle telecamere della tv pubblica e ha parlato per più di due ore. Presente anche la Rai italiana e Sky News britannica, a cui non sono state chieste in anticipo le domande. Fatto rarissimo.

Quello che ha detto non stupisce chi lo segue da vicino, come la numerosa comunità burkinabè italiana: “Non stiamo nemmeno parlando delle elezioni, prima la gente deve dimenticare la democrazia. La democrazia non fa per noi”. E ancora: la democrazia “uccide”, la democrazia “è schiavitù”. Parole che hanno ovviamente riacceso il dibattito.

La domanda in Burkina non è “quando torneranno le elezioni?” ma “cosa hanno prodotto, le elezioni?”. Decenni di governi eletti, di transizioni finanziate dall’esterno, di presidenti scelti con il placet di Parigi — e il paese è rimasto povero, dipendente, umiliato. Il jihadismo ha avanzato indisturbato. La Francia aveva le sue basi militari e i suoi interessi. La democrazia, in quel contesto, era un formato importato, non una conquista.

Le ragioni del consenso di cui il Capitano gode nel paese sono concrete. Ha nazionalizzato parte delle risorse minerarie, annunciato la gratuità delle mense scolastiche, tagliato i privilegi dei ministri, destinato importanti aiuti alla agricoltura, espulso le truppe della Francia che per settant’anni aveva dettato le regole.

Per molti burkinabè, soprattutto i giovani, è il primo leader che parla come loro. Traoré ha 38 anni, è il capo di stato più giovane del mondo. Ha preso il potere nel settembre del 2022 con un colpo di stato. Era un capitano dell’esercito, figlio di una famiglia modesta, cresciuto in una regione che conosce da anni la violenza jihadista.

Ma torniamo alle sue affermazioni sulla “democrazia”. L’anno scorso aveva già sostenuto che “nessun paese può svilupparsi in democrazia” e che “non esiste alcuna democrazia in questo mondo”. Guardando al modo in cui si è espresso, Traorè si inserisce in una tradizione paradossale che accomuna figure molto diverse fra loro: da un lato Winston Churchill, che disse “… la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate finora” dall’altro Jacques Chirac, che arrivò a dire: “Il sistema multipartitico è una sorta di lusso che i Paesi in via di sviluppo non possono permettersi”.

In altre parole, rovescia il tavolo più brutalmente ricordando che la crisi del modello democratico non è un’invenzione di Ouagadougou: è una conversazione aperta anche a Washington, a Parigi, a Bruxelles.

I fatti, intanto, vanno in un’altra direzione. Nell’ottobre 2025 la giunta ha sciolto la Commissione elettorale nazionale indipendente. A gennaio 2026 lo ha fatto con i partiti politici, le cui attività erano già sospese. Molti media internazionali sono stati vietati o sospesi, alcuni giornalisti stranieri espulsi. L’ultima versione della Carta di transizione ha prorogato il mandato di Traoré fino al 2029, con la possibilità di candidarsi alle elezioni future. Per chi guarda dall’Europa, è una chiusura su tutti i fronti.

Ma per molti burkinabè questo potrebbe anche essere solo il tempo necessario per rimettere in piedi uno Stato, prima di ricostruire le sue istituzioni. E farlo, dicono alcuni sostenitori del Capitano, senza che ogni mossa venga commentata da voci esterne in nome di una “superiorità” della democrazia occidentale.

Traoré difficilmente rinnegherebbe il riferimento a Cuba. L’isola fu uno dei partner più incisivi della Rivoluzione democratica e popolare di Thomas Sankarà: cooperazione sanitaria e tecnica, programmi di formazione per centinaia di giovani burkinabé, un immaginario politico che guardava apertamente a Fidel Castro e al Che.

Con Sankara, dal 1984, il nome ufficiale del paese era République Démocratique et Populaire du Burkina Faso. Quando Blaise Compaoré assassinò Sankara e prese il potere, quella dicitura sparì. Il paese tornò a chiamarsi semplicemente Burkina Faso e nelle forme istituzionali correnti, oggi è la République du Burkina Faso. La parola “démocratique” fu cancellata dal nome dello stato nel 1991.

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