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Scontro Trump-Leone XIV: così il Papa, citando il Congresso Usa, ha spostato il conflitto con il tycoon sul piano politico

L'attrito già in corso con il capo della Casa Bianca deflagra il 7 aprile, quando il Pontefice a 6 mesi dalle elezioni di mid term rivolge un appello a sollecitare deputati e senatori ad andare in direzione contraria a quella dell'amministrazione sulla guerra in Iran
Scontro Trump-Leone XIV: così il Papa, citando il Congresso Usa, ha spostato il conflitto con il tycoon sul piano politico
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Martedì 7 aprile. “Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita”. Con un agghiacciante post su Truth Donald Trump minaccia l’Iran di cancellarlo dalla faccia della Terra se non accetterà l’ultimatum sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. In quel momento Papa Leone XIV è a Castel Gandolfo. Poche ore dopo esce con fare grave da villa Barberini, chiama i giornalisti appostati in zona e pronuncia le parole che segneranno una svolta nei rapporti tra la Casa Bianca e la Santa sede.

“Oggi c’è stata questa minaccia contro tutto il popolo iraniano – dice -. Questo non è accettabile. Qui ci sono questioni di diritto internazionale, ma molto di più c’è una questione morale”. E fin qui il pontefice rimane nel proprio ambito. Poi fa un passo decisivo spostando il suo discorso sul terreno della politica interna americana: “Vorrei pregare tutti a cercare di comunicare con i Congressisti, con le autorità, per dire che non vogliamo la guerra, vogliamo la pace”, scandisce pronunciando in inglese il termine che deve essere inteso al di là dell’Atlantico: “Negotiations“. Il messaggio è netto: a 6 mesi dalle elezioni di medio termine che il tycoon teme per gli effetti che la guerra sta avendo sulle tasche degli americani, il Papa rivolge un appello a sollecitare i membri del Congresso Usa ad andare in direzione contraria a quella tracciata dall’amministrazione. E’ questo il momento in cui deflagra lo scontro tra Washington e la Santa Sede, iniziato dopo le critiche papali sull’operazione militare in Venezuela.

Robert Francis Prevost, che è nato a Chicago e segue con attenzione le vicende della politica statunitense, ha toccato la corda più delicata. Tanto che il 12 aprile Trump risponde mantenendo in una parte della replica la diatriba sul fronte interno, in particolare su uno dei temi centrali del suo mandato: replica furioso che Leone “è debole sulla criminalità“, l’argomento con il quale giustifica le sue politiche securitarie dalla repressione delle proteste nelle università fino ai blitz dell’ICE contro gli immigrati. Un modo per parlare allo zoccolo duro del proprio elettorato per rassicurarlo su una delle tematiche a cui è più sensibile. Da quel punto le parole scelte dal pontefice nel corso del viaggio che sta compiendo in Africa segnano un crescendo dal punto di vista qualitativo.

Io non ho paura dell’amministrazione Trump – replica il 13 aprile -. Parlo del Vangelo e quindi continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra”. E così fa. “Un nuovo corso della storia” è oggi “più urgente che mai a fronte di continue violazioni del diritto internazionale e di tentazioni neocoloniali“, dice nel discorso alle autorità dell’Algeria che come gli altri tre paesi toccati dal viaggio – Camerun, Angola e Guinea Equatoriale – è un ex territorio coloniale e ha una storia segnata da periodi di autoritarismo o regimi dittatoriali, con parole in cui riecheggiano le recenti imprese belliche statunitensi in Venezuela e Iran. “Il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne – afferma lo stesso giorno -. Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi“.

“Servire il proprio Paese – dice il 15 aprile a Yaoundé, in Camerun – significa dedicarsi con mente lucida e coscienza integra al bene comune di tutto il popolo: della maggioranza, delle minoranze e della loro reciproca armonia“. Oltre ad alzare il livello parlando di lucidità mentale nelle stesse ore in cui negli Usa i media stanno rilanciando con forza il dibattito sulle capacità cognitive di Trump, nelle parole del Papa si scorge un implicito riferimento alla frattura che affligge la popolazione americana, quel “noi contro loro” su cui l’amministrazione Trump soffia e che è risultata evidente a gennaio nei giorni in cui l’ICE ha ucciso due persone durante le proteste seguite all’ondata di deportazioni effettuate a Minneapolis, ma anche alle minoranze di ogni tipo che sono finite nel mirino del governo.

Leone XIV non parla come leader straniero che giudica da lontano, ma come figlio di quella terra che vede frammentarsi la coesione sociale della nazione. Cosa che, consapevole del gradimento di cui il Papa gode presso l’elettorato conservatore, aumenta la frustrazione e la virulenza delle risposte del tycoon. Quello tra Prevost e l’amministrazione Trump, inoltre, è il conflitto tra le due principali anime della stessa Cristianità statunitense: quella cattolica, incarnata dal pontefice (ma anche dal vicepresidente JD Vance che ha scelto di schierarsi con il tycoon), che ritiene che la parola di Dio sia lo strumento per raggiungere la pace tra gli uomini, e quella neo-evangelica e nazionalista, rappresentata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, utilizzata per costruire a suon di citazioni delle Sacre scritture una narrazione per le guerre che gli Usa sono tornati a fare in giro per il mondo.

“Guai a coloro che manipolano la religione e il nome stesso di Dio per i propri interessi militari, economici e politici”, ha detto Prevost nel suo discorso nella Cattedrale di San Giuseppe a Bamenda, nel nord-ovest del Camerun, epicentro di un’insurrezione separatista che in dieci anni ha causato migliaia di vittime, raggiungendo l’apice del climax che ha caratterizzato il suo parlare politico: “Il mondo è devastato da una manciata di tiranni“, ha detto ancora, “signori della guerra” che “fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare. Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine”.

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