Nessun favore ad Atene. “Ci sono regole interne della zona euro da rispettare”. E il programma di aiuti “potrà proseguire solo se verranno mantenute le condizioni sottoscritte”. Il Fondo monetario internazionale, per bocca della numero uno Christine Lagarde, e la Bundesbank guidata dal falco Jens Weidmann fanno muro contro muro al leader di Syriza Alexis Tsipras, che dopo aver trionfato alle urne ha giurato nelle mani del presidente della Repubblica Karolos Papoulias da cui ha ottenuto l’incarico di formare il nuovo governo. E al coro di quanti cercano di limitare tra paletti strettissimi le mosse del futuro esecutivo di Atene si uniscono il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, secondo il quale al Paese “è stato già concesso molto”, e il presidente della Bce Mario Draghi. Che avverte come in Grecia servano ora “misure volte a migliorare l’efficienza dell’amministrazione fiscale e a combattere meglio l’evasione fiscale”. Altro che la riduzione delle tasse promessa prima delle elezioni da Tsipras. Per il premier in pectore, che ha messo in chiaro di non avere alcuna intenzione di rispettare gli accordi presi dai suoi predecessori, la strada appare in salita.

Da Buba e Fondo chiusura totale: “Niente categorie speciali” – “Ci sono regole interne della zona euro da rispettare”, ha detto Lagarde in un’intervista a Le Monde. “Non possiamo fare categorie speciali per questo o quel Paese”. Quanto alle critiche alle misure di austerità, che non hanno ottenuto i risultati sperati ma hanno anzi portato a livelli senza precedenti il tasso di disoccupazione e la povertà, Lagarde ha chiarito che le richieste del Fondo non riguardano “misure di austerity, ma riforme profonde che ancora non sono state fatte”. Sulla stessa linea, che del resto è quella da cui non si è mai discostato, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann. Il “falco” tedesco del rigore di bilancio, già messo a dura prova, la settimana scorsa, dalla decisione della Bce di dare il via a un maxi piano di acquisto di titoli di Stato a cui la Germania si opponeva, ha chiarito che “il programma di aiuti di cui la Grecia beneficia potrà proseguire solo se verranno mantenute le condizioni sottoscritte”. “Credo che sia anche nell’interesse del governo greco fare il necessario per affrontare i suoi problemi strutturali”, ha detto Weidmann in un’intervista alla tv pubblica tedesca Ard. E “spero che il nuovo governo non metterà in dubbio ciò che ci si attende (dalla Grecia ndr) e quello che è già stato raggiunto” e “non farà promesse che la Grecia non può permettersi”. Insomma, il Paese ha ancora bisogno di aiuti e li otterrà solo se resterà sui binari tracciati dal predecessore Antonis Samaras.

E per l’Eurogruppo sono già state fatte abbastanza concessioni – Dijsselbloem, che presiede il coordinamento dei ministri delle Finanze dell’Eurozona, dal canto suo ha spiegato che non c’è “sostegno per un taglio del debito greco, abbiamo già fatto molto negli ultimi due anni per alleviarne il peso, in termini di tassi di interesse, di maturità dei titoli e di scadenze“. E comunque, ha aggiunto, ora “è troppo presto per dire se il debito è sostenibile”. Se ne discuterà solo “dopo la quinta revisione della troika, che non è stata completata”. In ogni caso, il nuovo governo deve continuare a “rispettare gli impegni presi” perché “essere un membro dell’eurozona implica che bisogna rispettare quello che si è concordato”. Un refrain ricorrente che complica l’avvio della trattativa tra Tsipras e la troika.

Draghi all’attacco: “In Grecia evasione fiscale diffusa” – Quanto ad alcune delle più apprezzate promesse pre elettorali del leader di Syriza, cioè la rateizzazione delle tasse, il loro azzeramento per i contribuenti con redditi sotto i 12mila euro e lo stop ai pignoramenti delle case dei morosi, Draghi in una risposta scritta a un europarlamentare greco ha evidenziato che “nonostante gli incrementi degli ultimi anni in Grecia la pressione fiscale si attesta al 34,2% nel 2013, ben al di sotto sia della media della zona euro che dell’Unione Europea a 28″. In più, “il programma di aggiustamento economico include varie riforme volte a migliorare la struttura fiscale e il disegno complessivo del sistema fiscale, nonché misure volte a migliorare l’efficienza dell’amministrazione fiscale e a combattere meglio l’evasione”. “Un obiettivo fondamentale chiave di queste riforme – ha chiarito Draghi in chiusura – è l’equità sociale e la creazione di un sistema in cui tutti i cittadini pagano la loro giusta quota di tasse e nel quale le aliquote possano quindi essere più basse rispetto a quelle applicate in un contesto di diffusa evasione fiscale”. Come quella, è il sottinteso, che si registra in Grecia.

Anche l’Irlanda chiude la porta a ipotesi di una conferenza sul debito – Significativa, infine, la presa di posizione del ministro dell’Economia irlandese Michael Noonan, che a margine dell’Eurogruppo ha ricordato: “Irlanda, Cipro, Spagna e Portogallo hanno tutti negoziato le condizioni sul loro debito in negoziati con la Ue, non si capisce perché questo modello non debba continuare a funzionare”. Chiusura totale, dunque, alla proposta della “conferenza sul debito” simile a quella del 1952 evocata da Tsipras in campagna elettorale. E il no arriva proprio da uno dei Paesi europei più gravati dal debito (quello di Dublino è al 125% del Pil) e con cui di conseguenza il leader di Syriza sperava di far sponda a Bruxelles.