Mario Draghi ha superato le attese dei mercati: nella sua riunione di ieri la Banca centrale europea ha varato il tanto atteso Quantitative easing, cioè l’acquisto di titoli pubblici su vasta scala per combattere la deflazione (i prezzi stagnanti o che scendono) nella zona euro. Operazioni simili sono state tentate dalle principali Banche centrali nel mondo, durante gli anni della crisi, con risultati alterni: buoni negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, quasi irrilevanti in Giappone. Ecco come funzionerà il Quantitative easing all’europea.   

1. Quanti soldi immetterà la Bce nell’economia? Il piano di acquisti nel complesso vale 1.140 miliardi, con acquisti mensili da 60 miliardi a partire da marzo 2015. Nel conto ci sono anche i programmi di acquisto di titoli cartolarizzati (Abs e Covered bond) già attivi, quindi la somma aggiuntiva è di 47 miliardi al mese. Gli acquisti proseguiranno “almeno fino a settembre 2016” o quando l’inflazione tornerà nella norma, che per la Bce equivale a una crescita annuale del 2 per cento.

2. Quali sono i titoli che verranno comprati? Titoli di debito pubblico (di Stati e alcune agenzie pubbliche) detenuti da banche che li hanno in bilancio. La Bce può comprare bond con una durata da 2 a 30 anni di Paesi che hanno un rating sopra la soglia spazzatura. Esclusi quindi i titoli di Grecia e Cipro.   

3. Chi si accolla il rischio di questa operazione? Questo era uno dei punti controversi. Molti analisti dicevano che il programma poteva essere credibile solo se il rischio di un eventuale mancato rimborso dei bond comprati, frutto di una bancarotta di uno Stato o di una ristrutturazione (allungamento delle scadenze o taglio degli interessi), fosse accollato soltanto a Francoforte. I tedeschi si opponevano perché temevano che questo significasse esporre i contribuenti tedeschi al rischio di subire perdite superiori alla loro “quota” di impegno europeo: la Germania ha il 17 per cento del capitale della Bce, ma si sarebbe trovata a essere di fatto il garante di ultima istanza perché è l’unico Paese forte abbastanza da poter aiutare gli altri in difficoltà. Draghi ha trovato un compromesso: l’80 per cento del rischio dei nuovi acquisti di bond graverà sulle banche centrali nazionali, il 20 per cento sulla Bce. Ma Draghi ha detto con nettezza che il dibattito sull’insolvenza di uno Stato “è futile”.   

4. Come hanno reagito i tedeschi? Il presidente della Bundesbank Jens Weidmann e il membro tedesco del board della Bce, Sabine Lautenschläger, si sono opposti. Ma secondo Draghi il dissenso ha riguardato la tempistica e la necessità del programma di Quantitative easing. Tutti i membri del Consiglio sono stati invece d’accordo che la Bce ha il potere di fare questi acquisti senza violare il suo mandato.   

5. Come si trasmettono gli effetti all’economia? Aumenta la quantità di euro in circolazione, quindi si indebolisce il tasso di cambio con le altre valute, un vantaggio per le imprese dell’eurozona che esportano. Le banche si liberano di titoli di Stato (alcuni anche con rendimenti negativi) e li rifilano alla Bce. Questo libera risorse da poter prestare alle imprese che ne fanno richiesta. Il fatto che la Bce compri bond ne diminuisce i rendimenti e può rendere meno costoso per i governi finanziarsi sul mercato. E chi vende alla Bce i titoli che compra, reinvestirà almeno parte dei soldi incassati su altri titoli, quindi i prezzi delle azioni saliranno e i rendimenti delle obbligazioni scenderanno. Le Borse andranno al rialzo e si genererà un aumento di ricchezza, sia pure solo sulla carta, che potrebbe anche spingere un po’ i consumi di chi si sente più ricco.   

6. Quali sono i benefici potenziali per l’Italia? L’Italia ha in circolazione 1.670 miliardi di euro di debito pubblico che rientrano nei criteri della Bce. Francoforte ne può comprare fino a 418 miliardi, secondo i calcoli di Société Générale.

7. E’ la fine dell’austerità? No. Anzi. Draghi ha ripetuto, come fa ad ogni occasione pubblica, che la politica monetaria da sola non può salvare l’eurozona. I governi devono fare la loro parte con riforme strutturali che rendano i Paesi competitivi e continuando il “consolidamento fiscale”, cioè la riduzione di deficit e debito pubblico, ma in un modo “favorevole alla crescita”, cioè tagliando la spesa corrente, quella dove si annidano gli sprechi maggiori, e non gli investimenti (fisici e sul “capitale umano”) che sono la premessa per la crescita futura. Il presidente della Bce ha dato anche un segnale molto concreto: le banche centrali non potranno girare ai governi nazionali le cedole, cioè i rendimenti maturati, sui titoli di debito che comprano. Nessun aiutino da parte della Bce.   

8. Quali sono stati i primi effetti sui mercati? Le Borse avevano già anticipato molto dell’impatto della decisione Bce, comunque tutte al rialzo: Milano +2,35 per cento. L’euro si indebolisce, scende sotto quota 1,14 dollari, proprio come previsto, ai minimi da 12 anni (praticamente da quando esiste la moneta unica). Anche lo spread tra Btp italiani e bund è ai minimi storici, 116 punti (1,16 per cento). Ma secondo l’analisi di Société Générale, per raggiungere l’obiettivo del tasso d’inflazione al 2 per cento sarebbe servito un Quantitative easing di 2-3 mila miliardi, il doppio o il triplo di quanto deciso dalla Bce.

il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2015