Dentro i miserabili, i recidivi e i pregiudicati, fuori gli insospettabili, anche se fanno accordi con la mafia. Mentre il Senato si prepara ad approvare una riforma sulla misure cautelari personali che limita drasticamente il carcere per chi è in attesa di giudizio, le polemiche sul testo non accennano a finire. Nata come ennesima svuota-carceri, la riforma rende infatti più complesso il lavoro dei giudici e non risolve il problema del sovraffollamento carcerario. Concepita per evitare l’eccesso di carcerazioni preventive, che oggi riguardano 23mila persone su un totale di 63mila detenuti, la nuova legge continuerà a mandare in galera ladruncoli e spacciatori e lascerà – ancora una volta – a piede libero i “colletti bianchi”. Il ddl, a firma della deputata Pd Donatella Ferranti, è arrivata oggi in commissione giustizia a Palazzo Madama, con relatore Nico D’Ascola dell’Ncd. E’ la quarta lettura del provvediemnto, che quindi potrebbe essere approvato a breve.

Dopo l’Anm, il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e il Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, anche Piergiorgio Morosini, presidente della Commissione riforme del Csm, sentito da ilfattoquotidiano.it punta il dito contro il disegno di legge pronto per l’approvazione definitiva. Per il magistrato, già giudice a Palermo nel processo sulla Trattativa Stato-Mafia, la riforma ha il merito di muoversi “in direzione ostinata e contraria” rispetto ai “pacchetti sicurezza” approvati negli ultimi 15 anni, che “hanno potenziato il ricorso al carcere, anche in attesa di giudizio, ogni volta che un delitto impressionava l’opinione pubblica”, ma lascia immutato “un sistema da giustizia di classe che manda in carcere gli emarginati per reati di microcriminalità e non colpisce quasi mai chi è gravemente sospettato di manovre illegali nella pubblica amministrazione”. Una prova? La “rilevante modifica” subita dal testo nel passaggio dal Senato alla Camera, che ha cancellato dai casi di custodia cautelare obbligatoria, nell’ambito dei reati di mafia e terrorismo, il reato di scambio politico-mafioso.

Morosini: “Giustizia di classe che manda in carcere gli emarginati e non colpisce quasi mai chi è gravemente sospettato di illegalità nella pubblica amministrazione”

Il succo della riforma, approvata in seconda lettura alla Camera con il voto contrario di Lega e FdI e l’astensione del Movimento 5 Stelle, è la riduzione della custodia in carcere a extrema ratio da applicare solo in caso di pericoli concreti e “attuali”, quando non è possibile ricorrere a misure coercitive e interdittive sostitutive. Gli arresti domiciliari prima di tutto, e nei casi meno gravi il ritiro del passaporto, l’obbligo di firma, l’obbligo o il divieto di risiedere in una determinata località. Un punto, il riferimento all’“attualità del pericolo”, che ha suscitato l’allarme del Procuratore di Roma, Pignatone, che sentito dalla commissione Giustizia della Camera ha dichiarato: “Se dobbiamo dare alla parola ‘attuale’, calata nel testo di legge, il significato che ha nel vocabolario italiano… noi rischiamo di non poter mai più ricorrere alle misure cautelari al di fuori dei casi di flagranza o dell’immediata minima distanza temporale dei fatti”. Una difficoltà che secondo Pignatone “si esalta per i reati dei colletti bianchi, della pubblica amministrazione e via elencando”.

Con la riforma anche la semplice richiesta della custodia cautelare in carcere diventa più complessa poiché il giudice è costretto a un maggiore sforzo motivazionale: la sua richiesta dovrà contenere una “autonoma valutazione” dell’esigenza di ricorrere al carcere e non si potrà “appiattire” sulle motivazioni del pubblico ministero. “Per andare in carcere non basteranno più alcuni automatismi, come l’essere gravemente sospettato di omicidio” spiega Morosini. “Anche in quel caso, infatti, se il soggetto è incensurato e non si dispone di chiari elementi per temere la reiterazione del reato o il pericolo di fuga ‘attuale’, sarà più difficile applicare la misura di custodia cautelare in carcere”. Anche i Tribunali della libertà, che convalidano o annullano la custodia, avranno tempi più stringenti per decidere e depositare le motivazioni. La custodia in carcere, in ogni caso e salvo eccezionali esigenze, non potrà essere rinnovata e sarà annullata se il giudice non saprà adeguatamente motivare il provvedimento cautelare.

Pignatone: “Rischiamo di non poter mai più ricorrere alle misure cautelari al di fuori dei casi di flagranza o minima distanza temporale”

Uno degli aspetti più critici della riforma, per Morosini, resta comunque la mancata soluzione al problema delle carceri stracolme. “Il sovraffollamento è legato soprattutto a delitti da microcriminalità urbana e a soggetti pregiudicati o recidivi” spiega il magistrato “Si tratta spesso di spacciatori o ladruncoli, sovente extracomunitari, che non dispongono di un domicilio e il più delle volte finiscono in carcere perché il giudice non sa dove altro mandarli”. Quasi la metà dei detenuti in custodia cautelare in Italia, circa 9 mila, sono stranieri. “Già oggi, in alcuni casi, si potrebbe applicare una soluzione alternativa, come i domiciliari. Ma non lo si fa perché mancano adeguate strutture pubbliche in grado di accogliere questi soggetti”.

Quindi mentre pregiudicati, recidivi e stranieri continueranno ad andare in carcere, con la riforma (e le norme svuota carceri precedenti) scomparirà invece, definitivamente, l’ipotesi detenzione per la stragrande maggioranza dei reati dei “colletti bianchi”. Sarà così anche per chi è gravemente indiziato di reato di voto di scambio politico-mafioso, depennato da quelli di mafia e terrorismo per i quali la legge mantiene l’obbligo del carcere. Nell’ultima versione del testo il riferimento al reato non compare neppure tra quelli più gravi, come l’omicidio o i reati a sfondo sessuale, per i quali vigerà l’obbligo di ricorso al carcere se le esigenze cautelari non potranno essere soddisfatte con altre misure. Solo le misure interdittive, che rappresentano un’alternativa alla custodia cautelare in carcere, verranno estese dalla legge da due mesi fino ad un anno. E questo varrà anche per i reati dei “colletti bianchi”.

“È vero che alzando l’asticella per il ricorso alla custodia cautelare in carcere vengono esclusi da questa possibilità molti reati dei colletti bianchi” conclude il giudice Morosini “ma la mia preoccupazione sta piuttosto nella mancanza degli strumenti investigativi idonei a scoprire questi reati”. Il riferimento è all’estensione della legge per i collaboratori di giustizia ai reati contro la pubblica amministrazione e l’introduzione di “agenti provocatori” per scoprire i reati di corruzione. Strumenti previsti dalle convenzioni internazionali cui l’Italia ha aderito, ma che non compaiono neppure nelle nuove norme anticorruzione annunciate recentemente dal Governo.

Aggiornato dalla redazione web alle 15,30