Doveva essere la miccia di un razzo, è diventata una rosolatura. Il Patto del Nazareno pareva un lavoro a regola d’arte: laminatura e sciolina per una gara alla Stefania Belmondo, percorso lungo, ma senza intoppi. Sembrava diventato tutto facile: due ore sotto alla foto del Che e c’erano già una legge elettorale che “chi vince governa” e un Senato svuotato al grido di daje al bicameralismo perché lo dice anche Napolitano, l’hanno detto i saggi di Napolitano, dicono che lo dice perfino l’Europa. Ma l’autostrada è diventata la salita del Tourmalet. Gli incontri sono diventati 7, sotto i colpi dall’esterno, trasformandosi mese dopo mese. Renzi lo ha riscritto, Berlusconi lo rivendica. Il testo, se mai esiste, nessuno l’ha visto. Eppure tiene in mano i partiti, il Parlamento. Un re nudo che passeggia per i corridoi: chi lo vede finge che non sia reale. Così inaccettabile da essere vivo e vegeto dopo un anno. Ma nel frattempo è diventato un elastico: due passi avanti, uno indietro. Non proprio una fotografia del “ritmo”.

Il Patto del Nazareno e l’ennesimo countdown
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi è convinto che entro fine gennaio verrà messo un altro timbro su entrambi i disegni di legge: l’Italicum al Senato e le riforme istituzionali alla Camera. Ma è una scommessa. Già prima delle vacanze Forza Italia c’ha provato: rinviamo tutto a dopo l’elezione del presidente della Repubblica. Silvio Berlusconi, cioè, vuole avere ulteriore peso specifico nella scelta del capo dello Stato. Per ora se ne riparlerà dal 7 gennaio: da quella data c’è un mese, più o meno, per superare il frittatone di emendamenti, trappole, dissidenti, Calderoli, franchi tiratori. Il 16 gennaio Napolitano darà verosimilmente le dimissioni: il suo trasloco dal Quirinale a Palazzo Giustiniani segnerà il conto alla rovescia per la convocazione del Parlamento in seduta comune e quindi il blocco dei lavori delle Camere.

“Come Molotov e Ribbentrop”
Sembra un secolo: Enrico Letta era ancora sereno (a Palazzo Chigi), Matteo Renzi era sindaco di Firenze e segretario del Pd da un mese. Il primo gennaio disse alle opposizioni: vi do tre modelli di legge elettorale, facciamo le riforme? I Cinque Stelle li respinsero tutt’e tre e decisero di farsi una propria proposta di legge con una serie di sondaggi sul blog durata mesi (il testo è poi morto in Parlamento) e per evitare equivoci Beppe Grillo cominciò anche a chiamare il leader Pd “ebetino”. Berlusconi invece non vedeva l’ora: era appena stato dichiarato decaduto dal Parlamento e di lì a poco avrebbe cominciato a scontare la sua pena, Forza Italia aveva cominciato la sua caduta nei sondaggi. Avrebbe usato il Patto come una ciambella per restare a galla. E così ecco l’incontro inedito e indicibile: Silvio Berlusconi dentro la sede del Pd. Inaudito: per quelli che hanno fatto le campagne elettorali sull’anticomunismo (da Occhetto a Bersani) e per quelli che le hanno fatte per combattere per vent’anni il mondo di Arcore, dalla gioiosa macchina da guerra a Ruby. La prova in una battuta di quei giorni: “Sono come Molotov e Ribbentrop”, i ministri di Stalin e Hitler. La pronunciano sia Mario Michele Giarrusso, senatore M5s, sia Fabrizio Cicchitto, ex pretoriano di Berlusconi convertito ad Alfano. 

La “profonda sintonia” e la “rapida approvazione”
La base del Pd deve ancora abituarsi al nuovo alfabeto e qualcuno rischia il malore quando Renzi, uscito dalla stanza della foto con il Che, parla di “profonda sintonia” con il nemico di vent’anni di battaglie, quasi tutte perse. Ma come, non ha detto – sei mesi prima – che quando “un leader politico viene condannato con sentenza passata in giudicato la partita è finita: game over“? No, ora c’è “una profonda sintonia tra le proposte del Pd e quelle che abbiamo avuto modo di discutere oggi con Silvio Berlusconi e Forza Italia”. Appunto: una legge elettorale che dia una maggioranza vera e stabile e un Senato privato di molti poteri. “Insieme – disse il leader di Forza Italia – abbiamo auspicato che tutte le forze politiche possano dare il loro fattivo contributo in Parlamento alla rapida approvazione della legge”. Sembrava mancasse solo la firma e le visite mediche, come nel calciomercato.

I sei faccia a faccia
Invece ai due toccherà vedersi altre 6 volte: una sola prima delle elezioni (ché non è bello farsi vedere dagli elettori insieme al nemico), l’ultima il 12 novembre. Renzi, forse anche per un impegno nei confronti del Quirinale che non ha fatto una piega nel cambio a Palazzo Chigi, mette il Patto del Nazareno davanti a tutto. Per il presidente del Consiglio è anche una questione di “marketing”. Quando in estate si deve scontrare contro la “lentezza” dell’iter parlamentare – i “ritardi della democrazia” – fa dire al ministro per le Riforme Maria Elena Boschi che in pratica sono disposti a fare le corse dei bersaglieri e anche a votare a Ferragosto, se serve, pur di dare il primo ok al nuovo Senato prima delle vacanze. Obiettivo: far vedere (agli elettori, all’Europa) che la fiducia è ben riposta. 

Le vittime del Nazareno
Entrambi, Renzi e Berlusconi, sull’altare del Nazareno sono pronti a sacrificare anche pezzi di partito. Sembrano anzi voler usare il Patto come una clava sugli oppositori interni. Renzi a un certo punto rimuove di peso Corradino Mineo dalla commissione Affari costituzionali del Senato. Berlusconi in una riunione manda a fanculo il senatore cosentiniano Vincenzo D’Anna che con Augusto Minzolini, Anna Cinzia Bonfrisco e altri vogliono il Senato elettivo.

La metamorfosi del patto
Ma nel Patto del Nazareno nulla si distrugge, semmai tutto si trasforma. E si trasforma parecchio. Berlusconi cassa l’idea del Senato con una quota di sindaci. “E’ un pasticcio inaccettabile – dice a maggio – lo considero un dopolavoro per sindaci rossi che vengono in gita turistica a Roma, e quindi diciamo chiaro e tondo che deve cambiare”. Nessuno gli fa notare che era stato Walter Tocci, il senatore civatiano, a fare per primo la metafora del dopolavoro, due mesi prima. Ma è anche Renzi a cambiare idea nel corso dei mesi.

Il nuovo Italicum
Sulla legge elettorale per esempio. E’ per questo che tra i 6 faccia a faccia il più teso è quello del 5 novembre. Renzi vuole (deve) modificare l’Italicum, cioè la legge approvata dalla Camera a marzo. Quella versione non va più bene, la minoranza del Pd vuole modifiche e lo stesso i partiti-briciola della maggioranza che altrimenti alle urne sarebbero spazzati via. Quindi il segretario del Pd e ora capo del governo propone dei colpi di scalpello: premio di maggioranza alla lista e alla soglia del 40% invece che al 37, soglia di sbarramento molto più bassa, preferenze per tutti tranne i capilista. Berlusconi barcolla, non ci sta, ma sa che non può fare altro. Risponde “ni” (in realtà non gli piace né il premio alla lista né le preferenze) e tutto rallenta. Il Pd non sa se fidarsi: c’è chi propone la clausola per far entrare in vigore la legge elettorale dal 2016, vedi mai che ai berlusconiani piaccia e salti tutto.

La questione morale (non attacca)
Il Patto resiste a tutto. Alle campagne elettorali (che Renzi stravince, senza particolare affanno). Resiste ai colpi di chi prova a ricordare che con condannati e pluriprocessati sarebbe meglio andarci piano. All’ennesimo rinvio a giudizio dell’uomo-chiave del Patto, Denis Verdini, che di processi ne ha quattro Rosy Bindi sbotta: “La verità è che a questo punto non bisognava proprio arrivarci, non c’era bisogno di quest’altro processo per capire che le riforme non si fanno con la garanzia di Verdini”. E resiste alle botte di chi prova a riorganizzare le truppe dopo la propria Caporetto: Pierluigi Bersani dice che l’intesa di certo avvantaggia Mediaset che, ogni volta che il presidente del Consiglio e il capo di Forza Italia si incontrano, guadagna in Borsa. Ci vorrà pure poco, ma l’intesa resiste anche a chi si sente escluso come Mario Monti che cerca di gufare – lui sì – ricordando che il Nazareno era anche un peschereccio affondato cinquant’anni prima.

Sospetti e segreti dell’accordo nascosto
Ma il Patto non affonda: regge anche alle decine di retroscena mai confermati. L’accordo Renzi-Berlusconi viene descritto in ogni modo, ma nessuno ha le prove. Tutti lo vorrebbero “pubblico”, “alla luce del sole”. Lo vorrebbero leggere. Giovanni Toti ammette che c’è un foglietto, sì, ma era banale e con dei concetti chiave – quelli noti – scritti da Verdini, senza dettagli. Ma nessuno lo tira fuori. E nel segreto cresce sempre il sospetto. Così nell’ordine c’è chi pensa che ci sia la grazia per l’ex Cavaliere, “umiliato” ai servizi sociali. C’è chi ritiene che dentro ci siano impegni sulla riforma della giustizia: il ministro Andrea Orlando porterà a controprova dell’infondatezza l’approvazione dell’autoriciclaggio, anche se la strada è ancora lunga per convincere tutti. Ancora: per alcune fonti, nell’accordo c’è anche una specie di salva-Mediaset.

L’ombra del Nazareno sul Colle
Infine c’è chi pensa che dentro il Patto del Nazareno ci sia anche l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Tra questi proprio Silvio Berlusconi, subito smentito dal Pd. Però Renzi una cosa continua a dirla fino all’ultimo: “E’ del tutto fisiologico, normale e naturale che Fi possa stare al tavolo per l’elezione del presidente della Repubblica con il suo capo Berlusconi, che non voto né io nè lei, ma qualche milione di italiani”.

Il mese che porterà alla scelta del nuovo inquilino del Quirinale dirà anche se “ritmo” sarà anche la parola da abbinare a legge elettorale e riforme istituzionali. Eleggere rapidamente il presidente della Repubblica potrebbe essere per Renzi il modo di veder approvato finalmente anche l’Italicum. E di avere così finalmente le mani libere per tentare il colpo grosso alle elezioni che contano.

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