Le riforme con tutti sì, ma il patto del Nazareno non è necessario. Parla di unità del Partito democratico l’ex segretario Pier Luigi Bersani, ma davanti ai suoi radunati per il convegno dell’area riformista a Milano attacca l’accordo tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. “Nessuno ha notato”, ha detto Bersani, “che tre giorni fa quando si è rinnovato il patto del Nazareno la Borsa ha segnato il meno 2,9 per cento, mentre Mediaset ha guadagnato il 6%. Se funziona così allora io propongo di allargare il patto a tutte le imprese“. E ha aggiunto: “Non c’è nessun bisogno del patto del Nazareno, c’è bisogno di parlare con tutti per fare le riforme. Non c’è ragione di legarsi in una formula che sia un patto perché poi si rischia di far emergere l’idea di un trasversalismo sbagliato che lascia ai margini chi la pensa diversamente. Una sinistra di governo non deve dimenticare la capacità di indignarsi”. Renzi e Berlusconi si sono incontrati a Palazzo Chigi solo mercoledì 12 novembre per quello che, secondo il premier Pd, avrebbe dovuto essere l’ultimo incontro per parlare di legge elettorale. Probabilmente non sarà così: i due sono usciti con un comunicato congiunto e un annuncio di intesa, anche se oltre il titolo di intesa c’era ben poco. Restano infatti le divisioni su vari punti della legge elettorale (soglie di sbarramento e premio di lista ad esempio) che dovranno essere poi risolti in Parlamento. C’è al massimo l’accordo di andare d’accordo, che però può accontentare i renziani, ma poco piace alla minoranza del Partito democratico.

Bersani è intervenuto sul palco del convegno “La sinistra di governo” e ha parlato come leader stanco (“Ero in giro in Emilia per la campagna elettorale, l’umore è quello che è”) di un gruppo che è sempre più frammentato. Le anime di opposizione tra i democratici sono numerose e confuse. Presenti in platea i bersaniani, da Roberto Speranza a Cesare Damiano e il ministro Maurizio Martina fino a Guglielmo Epifani, assenti Gianni Cuperlo e Stefano Fassina. Chi cercava l’incontro di dissidenti pronti all’uscita, ha però trovato un Bersani che ha ribadito l’intenzione di restare dentro un partito che per lui è prima di tutto “una casa”. Anche se quella che chiama “sinistra di governo”, dovrebbe puntare ad essere un interlocutore credibile per il confronto all’interno del Partito. “Senza una politica”, ha detto, “che sappia mediare rischiamo di trovarci nei guai. Massacrare i soggetti della mediazione non va bene: dovresti inventartene di nuovi e metterli in campo. Vorrei che la sinistra riformista pretendesse di essere l’interprete e il testimone di una parte. Il giorno dopo la Leopolda c’è stato qualcuno che ha detto: ‘Il Pd comincia qui’. Ma a me non risulta. A me risulta che il Pd sia stato un incontro tra culture riformiste e non tra modernizzatori e cavernicoli”. Bersani rifiuta la retorica della rottamazione e ha contrattaccato: “Nessuno può dare lezioni di innovazione alla sinistra di governo se parliamo di fatti e non di chiacchiere. Il Pd è casa nostra sul serio. E’ difficile cantare fuori dal coro quando il coro è assordante, però c’è tanta gente che è disposta. Non lasciamola andare via. Lanciamo un messaggio di unità e di convergenza e teniamo accesa la fiammella”.

Bersani ha poi parlato della necessità di tornare a mettere al centro della discussione politica il tema economico e non solo la riforma delle legge elettorale. E ha attaccato anche la Fiat e i suoi rapporti con il governo: “La più grande impresa del Paese va in Olanda e in Inghilterra a beneficio degli azionisti e scorpora la Ferrari indebolendo l’assetto industriale. E riceve solo applausi. Almeno togliamoci la soddisfazione di dire che non ci va bene”. Non ha dimenticato poi un passaggio sul disegno di legge delega sul lavoro che dovrà essere discusso alla Camera nei prossimi giorni: “Sul Jobs Act purtroppo rimettere il dentifricio nel tubetto è difficile. Non era necessario dopo due anni rimettere in mezzo l’articolo 18, ma per spingere il lavoro occorreva puntare piuttosto a rilanciare la produttività come in Germania”. L’ex segretario democratico ha rifiutato la divisione tra conservatori e innovatori e ha chiesto piuttosto interventi più decisivi: “Si è voluta dare l’idea che c’è un paladino Orlando (il ministro ndr) che affronta i mori conservatori. In realtà io non ho mai visto un Parlamento così disponibile nei confronti del governo, tanto che ci sono già stati 28 questioni di fiducia approvate. Il problema è chiedersi se queste riforme bastano. Io propongo di passare dalla fase uno alla fase due. Non siamo conservatori, ma diciamo: così non è abbastanza”.