O con me o contro di me. Se il patto del Nazareno porta con sé i rischi dell’uomo solo al comando, come minimo il percorso delle riforme mette in evidenza la “svolta autoritaria” all’interno dei partiti. Senatori rimossi dalle commissioni, dissidenti additati per strada come “frenatori”, ricatti per un governo di fronte al quale non c’è alternativa, messaggi del Quirinale che chiede di fare presto a spazzare via il bicameralismo perfetto. E al culmine la tentazione di arrivare a ciò che è sempre stato contestato al Movimento Cinque Stelle: il “processo interno” a chi non si allinea. Talmente è prezioso l’accordo del Nazareno che Silvio Berlusconi oggi ha rispolverato perfino la parola “probiviri” che aveva pronunciato solo in un’altra occasione, cioè quando cacciò Fini, Bocchino e il resto della compagnia. E dall’altra parte, nel Pd, Giorgio Tonini (vice di Zanda al Senato) che ha più riprese ha avvertito che l’articolo costituzionale che tutela il vincolo di mandato dice solo che uno resta senatore. E la vicesegretaria Debora Serracchiani l’ha detto ieri chiaramente: “Dico no alla libertà di coscienza”. E tutto questo, per inciso, con numeri che al momento – in apparenza – sembrano schiaccianti a favore del testo del ministro Maria Elena Boschi, sul quale converge quasi tutta la maggioranza, gran parte di Forza Italia e pure la Lega Nord.

Basta divisioni, ha detto l’ex Cavaliere nella riunione con i gruppi parlamentari a San Lorenzo in Lucina, ma questo non vuol dire che non ci dev’essere dibattito interno. Però non ha aperto la discussione al termine del suo intervento durato una mezz’oretta: “E ora andiamoci a prendere un gelato”. Peccato che ora che la sua leadership è cannoneggiata dai risvolti giudiziari e politici la battuta distensiva non è bastata. Si è alzato Vincenzo D’Anna: fa parte del gruppo Grandi autonomie e libertà, ma è stato eletto con Forza Italia, è considerato un “cosentiniano”. “Se il sì è incondizionato, dai ragione ad Alfano” dice D’Anna. Berlusconi risponde quasi stizzito, si racconta: “E allora vai con Alfano anche tu, tanto lo so che sei già con loro”. Da qui il leader di Fi ne approfitta per avvertire che chi metterà “pubblicamente in difficoltà” il partito, rischia di essere deferito ai probiviri. Niente dichiarazioni, niente interviste. Non si deve dare l’opportunità ai giornali di dire che Forza Italia è divisa, a pezzi e via andando. Il primo a farsi avanti, racconta l’Adnkronos, è stato Daniele Capezzone, che al suo fianco ha Augusto Minzolini: “Presidente, non puoi deferire ai probiviri chi la pensa diversamente”. E l’ex capo del governo ha ribattuto: “E tu non puoi cancellare 20 anni di storia, ho deciso così, per il bene del partito e del Paese le riforme vanno fatte, ora non possiamo tirarci indietro”. A quel punto ecco D’Anna, uno di quelli che arrivarono a un passo dalla “repubblica autonoma” di Forza Italia Campania. Ci danneggi con quelle interviste, gli ha detto Berlusconi. “Presidente allora ci cacci?” gli ha risposto D’Anna facendo risuonare la frase provocatoria dell’allora presidente della Camera. “Se non ti va bene così, vattene pure con Alfano”, “Io da qui non mi muovo”, “E allora così ci fai ancora maggiori danni”. Tra l’altro i probiviri Forza Italia non ce li ha ancora: nessuno aveva pensato a nominarli da quando è rinato il partito (il 16 novembre 2013). Ma ora è diventata una priorità. Mossa che non spaventa, se è vero che quelli che vorrebbero le primarie e un ricambio al vertice (Polverini, Fitto, Saverio Romano) hanno già convocato un’assemblea “separata” per domani (16 luglio). 

I toni di Berlusconi sono stati di diverso colore nel corso della riunione. Per qualcuno ha riservato parole più dure, con altri è stato più conciliante: “Sono vent’anni che mi date la vostra fiducia e vi chiedo di darmela ancora una volta. Manteniamo fermo il patto anche se non sono le nostre riforme ideali, ma sono quelle possibili visto che siamo all’opposizione”. Il ragionamento del leader di Forza Italia è dettato dal realismo politico: “Forza Italia è centrale – ha spiegato – ma, se ci tiriamo fuori dall’accordo, diventiamo ininfluenti perché Renzi, dopo le Europee, ha acquisito un grande consenso ed ha comunque i numeri per fare le riforme”. Quanto alla resistenza interna Berlusconi cerca di ammorbidire il fronte, iniziando da Brunetta che avrà il compito di occuparsi di coordinare l’opposizione che Forza Italia deve fare alla politica economica del governo. Dentro Forza Italia esultano: “Non è un momento facile, ma il nostro #Presidente è sempre il migliore, #ForzaItalia ce la farà! Avanti con le #Riforme” scrive su Twitter Mariastella Gelmini, vice presidente vicario del gruppo a Montecitorio. Augusto Minzolini però fa capire che l’assenza di un dibattito non porterà nessuno a cambiare idea: “Io voglio un Senato elettivo” ha ribadito l’ex direttore del Tg1

Il Pd non ne parla oggi. Ma da giorni. Il 7 luglio il vicecapogruppo del Senato Giorgio Tonini spiegava che il voto dell’assemblea dei senatori democratici che aveva appena dato via al testo del governo sulle riforme “impegnerà tutti i senatori ad appoggiare il testo in Aula” e che per quanto riguarda l’articolo 67 della Costituzione che assicura l’assenza di vincolo di mandato “garantisce solo che se si vota in dissenso si rimane senatore”. “Il regolamento del nostro gruppo – aveva spiegato lo stesso Tonini 4 giorni dopo – prevede la libertà di coscienza dall’indicazione del gruppo solo sui temi etici o sui principi della prima parte della Costituzione, non certo sulla seconda parte della Costituzione che riguarda l’articolazione delle istituzioni”. E sul vincolo di mandato aveva ormai imparato la lezione: “L’articolo 67 garantisce semplicemente che se si è in dissenso si rimane senatori…”. Ieri (14 luglio, giorno della presa della Bastiglia) il timbro del vicesegretario del Partito democratico, Debora Serracchiani: “Dico no alla libertà di coscienza dei parlamentari nel voto sulle riforme istituzionali – ha scandito a Radio Anch’io – Nel Pd abbiamo tenuto un confronto molto approfondito per ottenere la quadratura di un equilibrio istituzionale importante per il Paese. Il dissenso è legittimo, ma tutti dovrebbero rispettare la maggioranza del partito e anche gli elettori che li hanno votati”. Intanto i 16 senatori “dissidenti” del Pd hanno presentato 55 emendamenti. Tra questi ovviamente anche quello sul Senato elettivo.