“In questo 2014 c’è stato un cambiamento che per me è una rivoluzione copernicana che sta producendo dei risultati concreti sotto gli occhi di tutti”. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, nella sua conferenza di fine anno, ribadisce insomma il concetto nonostante le critiche. E alza il tiro. “Non basta cambiare il ritmo della politica, m’interessa cambiare l’umore degli italiani: è un grande tema che ha delle ricadute economiche”, dice.  “L’Italia è un Paese vivo, abbiamo girato come trottole” e “dico che avendo visto negli occhi i luoghi della difficoltà, sono ancora più convinto che riusciremo non solo a rimettere in piedi l’Italia ma anche a farla correre”, aggiunge citando quelli che a suo dire sono i successi del suo governo nella risoluzione delle grandi crisi industriali del Paese già al centro di un criticato video dai toni propagandistici e parziale realizzato da YouDem. Ai quale aggiunge il caso Termini Imerese, dimenticando che il piano dell’ultimo cavaliere bianco per lo stabilimento siciliano della Fiat tirato fuori dal cilindro in soli 10 giorni dopo 4 anni di insuccessi, si basa su quasi 300 milioni di denaro pubblico e la garanzia di altri quattro anni di cassa integrazione per i 700 operai coinvolti.

Per il premier, in ogni caso, il vero tema del 2015 è l’Europa: “L’Italia è spacciata se non fa le riforme strutturali, ma le riforme da sole non bastano, deve essere chiaro. C’è bisogno di un cambio totale di paradigma a livello europeo”, dice. “L’Europa è in una fase di stagnazione. Certo che in questo 2015 ci sono le condizioni per cambiare l’Europa: oggi il vocabolario è cambiato, ora ci aspettiamo i fatti”, aggiunge. “Ma se non cambiamo paradigma economico, non solo il partito degli euroscettici crescerà ma si prenderà una grande fetta di Paesi: chi dice che l’Europa va bene così com’è non fa bene all’Europa e al proprio Paese”, aggiunge dopo aver attaccato gli economisti che “non ne azzeccano una” citando ad esempio le mancate previsioni sull’andamento del petrolio.

Quanto ai fronti interni più caldi, il Quirinale e l’applicazione del Jobs Act al pubblico impiego, quando non glissa ribadisce rafforzandolo il concetto già espresso più volte. “Non sono preoccupato per la tenuta parlamentare, sono certo che il Paese saprà scegliere un nuovo Presidente della Repubblica qualora decidesse di fare un passo indietro”, dice arrivando quindi a mettere in forse le dimissioni di Giorgio Napolitano e sottraendosi al totonomi. Più netta la posizione sugli statali per i quali Renzi arriva a ipotizzare un riforma più dura del Jobs Act e rimanda nuovamente al decreto Madia. “Sono convinto che il pubblico impiego vada cambiato. Se non abbiamo messo lo scarso rendimento nel privato non significa che non lo possiamo mettere nel pubblico”, dice riassumendo quella che definisce la sua visione personale sul tema che andrà poi a confrontarsi con quella del Parlamento in sede di definizione della riforma della Pubblica amministrazione. “Le regole le vedremo nel Madia, ma secondo me non è corretto che nel pubblico chi sbaglia non paga: se chi non lavora bene lo fa perché non è nelle condizioni di farlo, la responsabilità è dei dirigenti, ma se si tratta di fannulloni vadano a casa. Mentre chi lavora bene deve essere premiato. Sono molto radicale”.

Di pubblico in pubblico, inevitabile il nodo pensioni con il freschissimo cambio al timone dell’Inps e la nomina alla presidenza di Tito Boeri, già sostenitore della necessità di un prelievo sulle pensioni contributive sopra i 2mila euro. “Leadership è mettersi accanto persone più brave di sé stesse ma questo non vuol dire che le idee di chi viene a darci mano diventino programma di governo”, prende le distanze Renzi escludendo una nuova riforma delle pensioni. Boeri “è una professionalità riconosciuta, potrà fare molto bene il presidente dell’Inps, dovrà cambiarne governance e mission”, taglia corto. Altra questione squisitamente statale, quella del taglio delle partecipate pubbliche inutili e costose con il famoso piano Cottarelli ben lungi dall’essere stato messo in pratica. Ora Renzi dice che “non c’è un piano Cottarelli, ma c’è un obiettivo Cottarelli condiviso di ridurre le società da 8.000 a 1.000, ma ci vuole un modo serio per farlo, non si fa con interventi spot. Iniziamo a compattarle, iniziamo a dire che c’è un soggetto che è in grado di fare da ricucitura del lavoro delle aziende municipalizzate. E poi si potrà discutere se quotarle in Borsa, venderle o fare una public company”.

Facile a dirsi, ma non a farsi, come dimostra l’andamento del piano privatizzazioni. “Il percorso continua”, assicura il premier mettendo le mani avanti: “E’ evidente che intervenire quando il mercato non lo consente non è una privatizzazione ma una svendita”. Confermata, però, la quotazione in Borsa di Poste Italiane, su cui sta lavorando l’ad Francesco Caio con un progetto industriale “coerente” con la quotazione. E cioè, resta implicito benché noto, con meno spedizioni, più finanza e taglio del costo del lavoro. Va per le lunghe, poi, il dossier Ferrovie: “Confermo quanto detto dal ministro Padoan con cui ci confrontiamo quotidianamente su questo o su altro – dice Renzi -: noi andremo nel 2015 su Poste e stiamo lavorando sul futuro di Ferrovie”. La frenata certa è invece su Eni: la vendita di una ulteriore quota del gruppo petrolifero pubblico, che dovrebbe essere di poco inferiore al 5%, era stata prevista dal governo Letta e era attesa per l’autunno 2014. “Personalmente – ha indicato Renzi – credo che la privatizzazione ulteriore di Eni sia tutta da verificare sulle condizioni del mercato, oggi con il petrolio in queste condizioni dobbiamo valutare, riflettere. Credo che valga per tutti”.

Riflessioni, però, da fare con ritmo, che “sarà la parola del 2015” per “dare il senso del cambiamento e dell’urgenza”, ha concluso indicando un obiettivo finale non da poco. Il modello da seguire per l’Italia, secondo il premier, è la Germania e riuscire a fare meglio “è un obiettivo alla nostra portata”: in 10 mesi “abbiamo fatto una riforma del mondo del lavoro che è molto più flessibile” della Germania. Secondo Renzi, quindi, “la similitudine andrebbe fatta tra noi e la Germania” e non con la Grecia. “Siamo paesi profondamenti diversi; l’Italia ha una grande industria manifatturiera, condizioni economiche decisamente positive, ha il grande problema del debito, delle riforme e della mancanza di crescita, e su questo stiamo lavorando”. E se non ce la fa? “Non ci sono alibi è colpa mia”.