È stato confermato: il “Sony Hack” è stato effettuato dalla Corea del Nord. Gli investigatori federali sono ora sicuri che l’attacco informatico che è stato fatto lo scorso 24 novembre contro i computer aziendali della Sony Pictures è stato voluto dal governo coreano.

Secondo quanto riportato dal Washington Post “L’Fbi ha ora informazioni sufficienti per concludere che il governo della Corea del Nord è responsabile di queste azioni”, ha detto la Federal Bureau of Investigation in un comunicato, aggiungendo che la conclusione si è basata su un’”analisi tecnica” del software maligno usato nell’attacco, che “ha rivelato algoritmi di crittografia, metodi di eliminazione dei dati ed altri collegamenti a malware già sviluppati dai coreani e di conoscenza dell’Fbi”. Strumenti simili già utilizzati lo scorso marzo dai nordcoreani per attaccare alcune banche e media sudcoreani. L’Fbi ha anche detto che l’attacco è stato collegato a diversi indirizzi di protocollo Internet “associati a note infrastrutture della Corea del Nord”. Le autorità di Pyongyang hanno però negato il loro coinvolgimento con parole di derisione: “Senza ricorrere alle torture utilizzate dalla Cia, abbiamo i mezzi per dimostrare che questo incidente non ha nulla a che fare con noi”.

A novembre i computer della Sony erano stati attaccati da un gruppo di hacker che si era definito G.O.P (Guardians of Peace), che aveva preso e poi diffuso il materiale, tra cui le email, le password, i conti bancari e i dati di alcuni dipendenti, e alcuni film della Sony non ancora in circolazione. Un attacco che, per la sua natura distruttiva e coercitiva, probabilmente lo distingue tra i più aggressivi rivolti ad una azienda americana. Si pensa anche che tra gli hacker ci fosse un insider che conosceva molto bene il sistema interno della Sony. Forse un ex dipendente.

Sembrerebbe che la Sony sia stata vittima di questo attacco hacker per una rappresaglia nei confronti dell’azienda che stava per distribuire il film The Interview, un film satirico sul regime nordcoreano, che racconta di un piano della Cia per assassinare il leader nordcoreano Kim Jong-un, interpretato dagli attori Seth Roger e James Franco. Distribuzione poi annullata dalla Sony stessa a seguito di questi eventi e fortemente criticata dal presidente Obama che ha commentato la scelta sostenendo che “la Sony ha sbagliato a ritirare il film su Kim Jong-un perché nessun dittatore può imporre la censura agli Stati Uniti”. Annunciando poi di voler rispondere al cyberattacco, condotto dalla Corea del Nord. Con quali modalità ancora non è chiaro.

Intanto gli hacker festeggiano la decisione della Sony di non voler diffondere il film The Interview e in un nuovo messaggio ai dirigenti della Sony li minacciano di non distribuirlo in altro modo, né in dvd né piratato, perché in caso contrario possiedono ancora “informazioni private e sensibili oltre a quelle già diffuse”.

Tutti gli occhi sono ora puntati sui 1800 cyberguerrieri nordcoreani che compongono il Bureau 121, incaricati di condurre una “guerra segreta” contro gli stati nemici, con a disposizione l’arma più potente: il cyber. Questo esercito digitale è composto da hacker che sono tra le persone più talentuose e pagate nella Corea del Nord. Addestrati sin dall’eta di diciassette anni per compiere attività di cyberspionaggio e guerre cibernetiche. Qualcuno però crede sia la solita cybersecurity-paranoia del presidente degli Stati Uniti. E che si stia dando troppo credito a questi presunti terroristi cibernetici.