Matteo Renzi va allo scontro con Angela Merkel. Con l’avvicinarsi dei conti di fine anno, salgono sempre più i toni dello scontro comunitario sul rispetto degli impegni di bilancio presi a Bruxelles. E così giovedì, a valle di una tre giorni spesa alla ricerca di una quadratura del cerchio dei conti pubblici per accontentare allo stesso tempo contribuenti e “guardiani” d’Europa,  ha preso la parola il premier, intervenendo nello scontro a distanza tra Francia e Germania: “Rispetto la decisione di un Paese libero e amico come la Francia, nessuno deve trattare gli altri Paesi come si trattano degli studenti”, ha detto. Chiaro il riferimento alle polemiche sulla decisione di Parigi di rinviare il rientro al 3% che mercoledì aveva registrato un perentorio invito del cancelliere tedesco: “I Paesi devono fare i loro compiti, per il loro bene“. Chiaramente punto sul vivo, il presidente del consiglio ha aggiunto: “Io sto dalla parte di Francois Hollande e Manuel Valls. Sono dalla parte della Francia”. Diversa, in ogni caso, secondo Renzi, la situazione italiana: “Ma naturalmente per l’Italia la situazione è diversa: noi rispettiamo i limiti che ci siamo dati del 3%”. Li rispettiamo nonostante, omette di ricordare il premier, il governo abbia deciso di finanziare buona parte delle promesse e degli impregni di spesa per il prossimo anno proprio facendo più deficit. Per la precisione lo 0,7% in più rispetto al Pil, pari a circa 11 miliardi. 

Una linea, del resto, analoga a quella tracciata dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan in un’intervista rilasciata a Il Foglio al quale ha dichiarato che: “L’Italia ha in comune con la Francia una congiuntura economica molto deteriorata che rende più difficile l’equilibrio sui conti pubblici. Ma la nostra strategia di risanamento e riforme è diversa da quella di Parigi”. Una strategia che, in ogni caso, punta ancora molto sui tagli: secondo il ministro “non esistono settori” che possono migliorare la spesa pubblica, dato che “margini di efficienza si possono trovare dappertutto, sanità inclusa”. Quindi la minaccia delle forbici a prescindere: “In prima istanza il taglio non lineare è preferibile. Poi però, se nulla si muove, si interverrà così”.  Ottimismo, poi, sulle riforme che “si fanno sia in recessione sia in espansione: l’evidenza empirica, mi spiace per Stiglitz di cui ho grandissima stima, non avalla assolutamente la sua versione. Quello che cambia ai fini dell’implementazione è il consenso. Ovunque le riforme strutturali di successo hanno avuto un elemento in comune: il governo è stato bravo a spiegare i suoi obiettivi parlando direttamente ai cittadini e avendo pazienza nell’attendere i risultati”.

Quindi il “caso” Tfr che anche per il ministro potrebbe prendere forma con il coinvolgimento delle banche. “Ne stiamo discutendo. Però su Tfr, che è un fatto solo italiano, insistono vari interessi in campo. Ci sono i lavoratori, la finanza pubblica via Inps, le imprese e i fondi pensioni. Le opzioni sono complesse”. E, appunto, c’è il nodo delle banche che “possono essere coinvolte”. Però “ora quel mercato attraversa ancora una fase nervosa perché devono finire gli stress test europei, a proposito dei quali sono piuttosto ottimista”. Il ministro pensa in ogni caso che “si possono immaginare strumenti in base ai quali i soldi in più che ci mette la Banca centrale europea siano utilizzati davvero dalle banche per fornire credito alle imprese” e questo può voler dire “misure di garanzia fornite da parte del governo per finanziare il pagamento dei Tfr così come si fa per incentivare altri investimenti da parte delle banche. Oppure misure per favorire i cosiddetti Abs rendendoli più trasparenti”.