“Stiamo esaurendo il tempo a nostra disposizione”. Lo dice Christiana Figueres, a capo della divisione clima delle Nazioni Unite. E’ con questo senso di urgenza che si apre oggi al Palazzo di Vetro, a New York, il summit sui cambiamenti climatici cui partecipano 125 Paesi – ci sarà anche il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Un summit che non si propone alcun obiettivo concreto ma che vuole piuttosto “ridare slancio politico al dibattito”, come ha spiegato il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon. La necessità di ridare “slancio al dibattito”, ma soprattutto di prendere misure concrete, è stata del resto ribadita dalle migliaia di manifestanti – 400 mila soltanto a New York – che domenica hanno manifestato in centinaia di città del mondo.

Il summit si apre all’insegna di una serie di notizie poco confortanti. Nonostante appelli e impegni, continua a crescere la quantità di gas sprigionati nell’aria. “Global Carbon Project” ha segnalato, proprio domenica scorsa, che le emissioni di gas serra sono aumentate nel 2013 del 2,3%. Soltanto negli Stati Uniti, l’aumento è stato del 2,9%. Stati Uniti e Cina sono del resto tra i Paesi maggiormente responsabili del disastro ambientale. Insieme, producono circa il 45% della CO2 presente nell’aria. Le temperature intanto continuano a crescere: saranno, alla fine di questo secolo, di 4 gradi più alte rispetto al periodo pre-industriale. Gli scienziati dicono che non dovrebbero superare i due gradi “per evitare effetti devastanti sull’ambiente”.,

Di fronte al precipitare della situazione, la politica mondiale sembra capace di molto poco. Il Protocollo di Kyoto, firmato nel 1997 – prolungato sino al 2020, ma mai ratificato dagli Stati Uniti e senza effetti vincolanti per Paesi come Cina e India, tra i maggiori inquinatori al mondo – non ha prodotto risultati visibili. Il tentativo di porre nuovi e più stringenti target sulle emissioni al summit di Copenhagen, nel 2009, è fallito, e molti già guardano all’incontro di Parigi, nel dicembre 2015, per arrivare a qualche misura concreta e vincolante. I Paesi cui spetterebbe la leadership nella ricerca di soluzioni – Stati Uniti e Cina appunto, ma anche India, Brasile, Russia e Giappone – non sembrano al momento disponibili a rinunciare ai benefici che i combustibili fossili (petrolio, gas naturale, carbone) offrono alle loro economie.

Secondo molti esperti, sono due le cose che dovrebbero essere fatte per invertire la rotta. La prima strategia riguarda maggiori investimenti in energia pulita e in tecnologie capaci di controllare le emissioni inquinanti. L’International Energy Agency ha calcolato che, entro il 2050, è necessario un investimento colossale in energie alternative, pari a quasi 36 mila miliardi di dollari, per creare condizioni più sostenibili per l’ambiente. Anche qui, però, finanziamenti e tecnologie latitano o sono in ritardo. Il “Green Climate Fund”, creato dall’ONU per aiutare le economie emergenti a virare verso le energie pulite, resta desolatamente vuoto (soltanto la Germania si è impegnata a versare un miliardo di dollari in quattro anni). In ritardo risulta anche l’adozione di tecnologie CCS – di cattura e sequestro dell’anidride carbonica prodotta dai grandi impianti di combustione – di cui Paesi come Cina e Stati Uniti dovrebbero dotarsi.

L’altra strategia che molti studiosi e scienziati indicano riguarda la tassazione delle emissioni inquinanti; una sorta di “prezzo sul carbone”, che secondo Richard Kyte, esperto di cambiamenti climatici alla World Bank, “è la mossa più potente che un governo possa fare nella battaglia contro i cambiamenti climatici”. Sinora circa 40 Paesi e 20 governi locali hanno imposto, o progettano di imporre, un prezzo alle emissioni inquinanti. Il “European Union’s Emissions Trading System” è lo schema di “cap and trade” più vasto al mondo; anche lo stato della California, insieme a nove stati del Nord-est degli Stati Uniti, fissa un sistema di “soglie e permessi di emissioni”. Ma si tratta di sforzi limitati, non ancora capaci di allontanare capitali e mercati dai combustibili fossili.

Alla vigilia dell’apertura del summit ONU di New York, è però arrivata una notizia che dimostra che qualcosa, almeno a livello di opinione pubblica, sta cambiando. La famiglia Rockfeller, erede di una fortuna immensa costruita sulla Standard Oil e sul petrolio, ha annunciato di voler vendere le proprie partecipazioni e investimenti nei combustibili fossili, in modo da reinvestirli in energia pulita. Il “Rockfeller Brothers Fund”, il gruppo filantropico di famiglia, entra così a far parte del cosiddetto “divestment movement”, il movimento composto da 180 istituzioni (università, gruppi religiosi, fondi pensioni, fondazioni) e 650 singoli che mira a disinvestire almeno 50 miliardi di dollari da beni e partecipazioni in società petrolifere e del carbone. Ha spiegato Stephen Heintz, direttore del “Rockfeller Brothers Fund”: “Se John D Rockfeller (il fondatore della dinastia di petrolieri ndr.) fosse qui oggi, lascerebbe il petrolio e investirebbe in energia pulita e rinnovabile”.