L’ex ministro Giancarlo Galan si difende, ma dalla Procura di Venezia, che per lui aveva chiesto l’arresto, arrivano le risposte e le accuse. Scritte nere su bianco nella richiesta di una misura cautelare degli inquirenti. In quel documento si legge di “cospicue operazioni commerciali nel Sud Est asiatico” nell’ordine di 50 milioni di dollari, trovate in documenti in possesso del ‘prestanome’ Paolo Venuti, per le quali emergerebbe “la riconducibilità alla famiglia Galan“. 

A queste operazioni – compravendite societarie soprattutto in Indonesia – i pm erano arrivati tramite documenti trovati dal Gico in possesso di Venuti in occasione di uno espatrio il 19 luglio 2013. Venuti era in partenza dall’aeroporto di Tessera per l’IndonesiaI magistrati osservano che la “riconducibilità alla famiglia Galan” emergerebbe da una serie di conversazioni intercettate tra lo stesso Venuti e la moglie di questi, nel periodo in cui si diffonde la notizia della morte della suocera di Galan. I coniugi Venuti, amici dei Galan, si sentono in obbligo di partecipare al funerale. In un intercettazione ambientale Venuti parla con la moglie sull’opportunità di rinviare la partenza ed andare al funerale. “Senti Paolo – risponde la moglie – c’è un po’ l’idea che tu sei là per lavoro per la storia del gas che Giancarlo è cosa a cui lui è molto sensibile…se stessimo andando a Rovigno ancora ancora…ma tu sei lì per lavoro! … chiama Giancarlo … digli che è la storia dell’Indonesia del gas spiegagli che è il gas … che è la conclusione della vicenda del gas”. Al che Venuti conferma, “sì sì, lo so”.

Rientrati in Italia, Venuti e la moglie – si legge sempre nella carte dell’inchiesta – riferiscono alla moglie di Galan di essere appena tornati dall’Indonesia e chiedono con urgenza un incontro. La sensazione, secondo i pm, è che tale urgenza “vada ricondotta proprio all’anzidetto controllo doganale e quindi all’acquisizione di documentazione che si ritiene riconducibile alla famiglia Galan”. Di questi fondi portati all’estero ha parlato il pm Stefano Ancillotto durante una udienza davanti ai giudici del Riesame. Secondo quanto riferito da Ancillotto, le intercettazioni ambientali riguardano dialoghi tra il commercialista di Galan, Paolo Venuti – anch’egli indagato – e sua moglie. Dal dialogo tra Venuti e la donna si capisce che il commercialista fungeva da prestanome per Galan e che proprio per conto del parlamentare di Forza Italia – che secondo l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, era di fatto “stipendiato” con un milione ogni mese, del denaro sarebbe stato portato all’estero. Ma non solo: proprio mentre esplodeva l’inchiesta, Venuti avrebbe detto alla moglie che solo l’ex governatore del Veneto avrebbe potuto decidere il da farsi.

Nel corso del Riesame il legale di Venuti, Emanuele Fragasso, ha minimizzato l’intercettazione ricordando che il commercialista era amico da sempre di Galan (quindi i fondi potrebbero essere antecedenti la vicenda Mose) e che tutta la contabilità della famiglia dell’ex governatore era in mano al commercialista. Fragasso ha anche sottolineato che nella vicenda Venuti-Galan “ci sono aspetti paradossali, perché quando il commercialista si occupa di un altro cliente, che non è Galan, viene perquisito proprio per delle carte che fanno riferimento a investimenti all’estero, documenti risultati in regola che però nell’inchiesta ‘diventano’ di Galan”.

Secondo l’accusa nel corso degli anni l’ex presidente del Veneto avrebbe accumulato un tesoretto: un milione e 100mila euro per ristrutturare la villa sui Colli Euganei; 200mila euro consegnati nel 2005 all’Hotel Santa Chiara di Venezia da Piergiorgio Baita, allora presidente della Mantovani Costruzioni, diventato la gola profonda dell’inchiesta con ampie confessioni, per finanziare la sua campagna elettorale. E ancora: 50mila euro, nello stesso anno, versati in un conto corrente presso S.M. International Bank Spa di San Marino. Più altri finanziamenti per altre campagne elettorali consegnati sempre da Baita alla Minutillo. E l’ex segretaria aveva raccontato che un’ulteriore ricompensa consisteva nell’”intestare quote di società che avrebbero poi guadagnato ingenti somme dal project financing a prestanome dei politici di riferimento”, Galan in primis.

Intanto nell’ambito dell’inchiesta Mose il Tribunale dei Ministri ha interrogato per delega a Mestre, nella sede della Gdf, gli ex vertici della Mantovani, ovvero l’ad Piergiorgio Baita e l’esperto finanziario Niccolò Buson per il procedimento relativo a possibili responsabilità da parte del parlamentare ed ex ministro Altero Matteoli, che secondo l’accusa della Procura sarebbe stato legato ad interessi economici illeciti nell’ambito di opere relative alla salvaguardia di Venezia.