“Il buon funzionamento del rapporto con la Corte dei Conti è elemento di grande valore” disse in un interrogatorio dell’estate 2013 Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, che finì ai domiciliari già lo scorso anno per l’inchiesta di Venezia. E al “buon funzionamento” di quel rapporto gli imprenditori accusati di aver pagato tangenti per gli appalti del Mose tenevano a tal punto che non solo, secondo gli inquirenti, si  comprarono direttamente un giudice, ma arrivarono a fabbricarsi in casa una delibera della stessa Corte, corretta direttamente in un ufficio della Cnv, l’azienda travolta dalla bufera.

A finire nel mirino della Procura di Venezia, è il giudice contabile Vittorio Giuseppone  che secondo gli inquirenti ha avuto per quasi dieci anni uno “stipendio” da 300-400mila euro all’anno, con un adeguamento a 600mila per gli anni tra il 2005 e il 2006. Lo stesso ex presidente Mazzacurati, in quegli stessi interrogatori del luglio 2013, disse che Giuseppone era a libro paga già dalla fine degli anni Novanta fino a 5-6 anni fa. I soldi, chiarisce il gip Alberto Scaramuzza nell’ordinanza che ha fatto scattare gli arresti di Venezia, servivano per “accelerare le registrazioni delle convenzioni presso la corte dei Conti da cui dipendeva l’erogazione dei finanziamenti concessi al Mose e al fine di ammorbidire i controlli di competenza della medesima Corte dei Conti sui bilanci e gli impieghi delle somme erogate al Consorzio Venezia Nuova”.

Infatti la Corte dei Conti controlla sia prima sia dopo l’ok del Cipe ai finanziamenti per le grandi opere. “Senza il visto della Corte dei conti si blocca tutto” quasi si lamenta Mazzacurati davanti ai pm che lo sentono nel 2013. Così succede che nel giugno 2010, quando la Guardia di Finanza comincia la verifica fiscale a carico del Cvn, trova due file in un computer dell’azienda. Uno si chiama “delibera finita pulita”, un’altra “delibera con correzioni”. La prima ha 51 pagine, la seconda 57. Ma soprattutto la prima è quella uscita dalla camera di consiglio della sezione centrale di controllo della Corte dei conti di Roma. La seconda è stata corretta dal computer di Luciano Neri, dipendente della Cvn, pure lui arrestato nell’inchiesta veneziana. Un’ipotesi, scrive il gip, confermata dal fatto che le ultime modifiche sono state apportate il 12 dicembre 2008, quindi due mesi dopo la riunione dei magistrati contabili e due mesi prima del deposito della delibera della Corte “per cui è evidente l’ingerenza del Cvn sulla delibera della Corte”.

E questo, aggiunge il giudice, spiega anche perché è passato così tanto tempo allora tra la camera di consiglio e il deposito della delibera: “Si è dovuto attendere che il Cvn (cioè l’ente controllato) apportasse alla relazione le correzioni necessarie”. Il gip riporta alcuni esempi di evidenti correzioni tra la prima e la seconda versione, ma soprattutto affianca poi il testo definitivo, quello uscito nel febbraio 2009 che in effetti assorbe tutte le “correzioni” che quelli della Cvn hanno evidentemente operato. Di fatto la pronuncia dei magistrati fu ammorbidita. “In sostanza – spiega il gip Scaramuzza – la relazione dell’anno 2009 aveva nella sua versione originaria mantenuto ferme le censure a suo tempo proposte da una precedente relazione del 1997, citandone ampi stralci e riferendo che con il decorso nel tempo la situazione non era in nulla mutata. Ma nelle conclusioni finali la Corte si limitò a qualche precisazione più formale che altro, omettendo tutta una serie di rilievi in precedenza già formulati”. 

E come c’entra, dunque, il giudice Giuseppone? Giuseppone ha lavorato alla Corte dei conti del Veneto dal 1997 al 2005. Ma nel periodo dei fatti su cui si sono concentrati le indagini il magistrato “stipendiato” dalle imprese del Mose era componente delle sezioni riunite in sede di controllo della Corte dei conti. E a Roma cominciò a lavorare nel 2009, dopo essere stato trasferito proprio da Venezia: nel febbraio 2009 fu depositata la delibera “corretta” in remoto.