Uomo della società dello spettacolo e della società liquida (anzi, per ciò che riguarda le istituzioni, quasi liquefatta) con il testo “Innovazione e uguaglianza. La mia idea di destra e  sinistra nell’Europa in crisi Renzi si conferma uomo del suo tempo anche nella scrittura. Assertivo più che argomentativo, il suo discorso non esplicita i collegamenti fra i concetti, semplicemente pone in fila idee, fatti, citazioni senza virgolette. Al lettore il compito di farne una sintesi. Tento.

Destra/sinistra, coppia  (concettuale? descrittiva? programmatica? Non è dato sapere in che senso i termini siano usati) a suo dire obsoleta, deve essere rimpiazzata. Le proposte sostitutive sono varie: aperto/chiuso; avanti/indietro;  innovazione/conservazione.  A giudizio dell’autore quest’ultima diade è la più adeguata per descrivere la società contemporanea terribilmente complessa e non più riducibile “alla vecchia contraddizione uguali/disuguali a lungo così nitida”.

Che la società contemporanea sia  totalmente diversa da quella del XX secolo è tesi nota che comunque andrebbe basata su argomentazioni precise; quanto ai concetti di innovazione e conservazione sono le etichette di  due scatole vuote, dentro alle quali si può mettere di tutto. Abbiamo recentemente imparato che lo smantellamento dei diritti dei lavoratori e la liquidazione dell’indipendenza della magistratura possono essere collocate dentro la scatola dell’innovazione nel reparto riforme. Qui non voglio analizzare se le suddette riforme siano state o sarebbero giuste o sbagliate: quello che voglio sottolineare è che certe parole hanno un significato talmente ampio che se vengono usate in modo generico possono voler dire tutto e il contrario di tutto.

Tanto che poi, quando Renzi afferma che “la sinistra deve  ancora interessarsi agli ultimi, perché è questo interesse specifico che la definisce idealmente come tale”, il lettore si chiede se, a rigor di logica, interessarsi agli ultimi non sia conservazione.

Personalmente trovo sicuramente non di sinistra e non innovativo il termine “ultimi”.  Ultimi è definizione puramente indicativa: gli ultimi non si sa da dove vengono, non si sa perché sono lì, magari potrebbero essere prodotti della natura. Il termine “ultimi” ha una vaga eco evangelica, ma il suo limite, per me, sta nel fatto che nulla dice sui “primi”, su chi sono, dove stanno e quanto hanno a che vedere con gli ultimi. Le società non sono natura, sono realtà storiche; se ci sono gli ultimi ci sono quelli che li hanno ridotti a stare in fondo alla fila. Nelle società storiche, e non solo in quelle contemporanee, ultimi e poveri sono il prodotto e al tempo stesso la condizione dell’esistenza dei primi e dei ricchi.

E’ per questo che la bontà non è utile a risolvere il problema degli ultimi: la carità è quella virtù che riesce solo a riprodurre le condizioni del proprio esercitarsi. Renzi parla più volte di uguaglianza, ma mai di giustizia. Il che, per me, significa evitare di entrare nel merito: perché c’è anche l’uguaglianza che si realizza dentro le istituzioni totali e negli Stati totalitari, nei lager e nei gulag. C’è l’uguaglianza delle opinioni e dei giudizi che si produce con la soppressione della libertà di stampa e di emissione e con le “riforme” dei sistemi di educazione e istruzione. Se Renzi non ci dice cos’è per lui la giustizia, non possiamo fidarci della sua rivendicazione dell’uguaglianza. Quanto a me, al termine “ultimi” preferisco il termine “sfruttati”, che, fuori moda com’è, ha il merito di rinviare, implicitamente ma inequivocabilmente, all’esistenza di sfruttatori.

Vale ancora l’opposizione destra/sinistra? Poiché gli sfruttati sono più numerosi che mai a livello nazionale e a livello globale, ci sono sicuramente ancora in giro sentimenti di sinistra: fame e sete di giustizia, rabbia, forse anche odio di classe. Ci sono anche, in giro, i primi elementi di una interpretazione di sinistra della società contemporanea, globale, complessa, finanziarizzata. La sinistra è, invece, sparita dalla scena politica italiana e con la nuova legge elettorale spariranno dal Parlamento anche gli ultimi suoi rappresentanti. Questa per me non è una buona notizia. Perché non riesco a vedere nel Pd e nel suo nuovo leader l’interesse e la capacità politica di  “saper distinguere le dinamiche sociali che interessano gli ultimi e gli esclusi, di saperle intrecciare per dare loro rappresentanza e, infine, di saperne governare il costante movimento per costruire per loro e per tutti un paese migliore”.   

Spero solo di sbagliarmi di grosso.