Laura (i nomi in questo articolo sono tutti inventati, ndr) è una delle donne più educate, gentili, oneste e perbene che abbia mai conosciuto, ha una parola gentile per chiunque ed è sempre pronta a tendere una mano verso chi ne ha bisogno. Ama leggere, fare lavoretti a mano, ascoltare musica, passeggiare all’aperto, vedere bei film e, essendo in pensione da pochissimo tempo, dovrebbe finalmente avere tutto il tempo per coltivare questi interessi. Eppure non è così. Perché Laura è la moglie di un mio paziente affetto da demenza di Alzheimer. Suo marito Mario, neanche settantenne, è in uno stadio molto avanzato della malattia, non ha contatti con il mondo esterno, alcuni dicono che non riconosce chi ha intorno (anche se Laura non la pensa così), non parla, non mangia (è alimentato tramite PEG, cioè tramite un tubicino che fa passare il cibo liquido direttamente nello stomaco), non ha movimenti volontari (eccetto piccoli movimenti della testa e delle braccia). Da quattro anni passa le sue giornate tra il letto e la sedia a rotelle.

Dopo quasi dieci anni di esperienza nel settore, di pazienti di questo tipo ne ho visti parecchi ma raramente ho trovato dei caregivers (le persone che si occupano del malato) così attenti, scrupolosi e affettuosi come lo sono la signora Laura e Sara, la meravigliosa (anche sotto l’aspetto umano) badante sudamericana che aiuta la famiglia. La camera di Mario sembra una stanza di un ospedale privato (svedese) per quanto è attrezzata bene, la cura che riceve è di primo livello (quattro anni allettato e nemmeno l’ombra di una piaga da decubito) e, se posso permettermi, anche l’affetto che si respira in quella casa è di primo livello. Nonostante l’ansia e le preoccupazioni che, capirete, porta una situazione di quel tipo, i sorrisi non mancano mai.

Ieri Laura mi ha chiamata, arrabbiata e impaurita. Sabato scorso suo marito Mario, nonostante i quasi due litri d’acqua che aveva ricevuto durante la giornata, aveva il catetere quasi vuoto e lei e Sara avevano notato qualcosa che non andava dietro la schiena, in corrispondenza dei reni. Spaventate, decidono di chiamare l’ambulanza, anche su consiglio del medico.

Così inizia il (preventivato) calvario. Il marito viene ammesso al pronto soccorso di uno dei più grandi ospedali di Roma all’una di notte e i parenti, ovviamente, non possono entrare. Laura e Sara rimangono fuori in sala di attesa e, dopo un’ora e mezza senza notizie, Laura si affaccia al triage per chiedere informazioni: a suo marito stanno facendo un prelievo e i risultati si avranno in un paio di ore. Passate le due ore i risultati delle analisi non sono ancora arrivati, allora Laura va a salutare suo marito e spiega al personale di turno che Mario non parla e non si muove e, vista la sua posizione fissa da tante ore, chiede gentilmente un cuscino per girarlo di lato e cambiargli posizione. L’infermiera la rassicura dicendole che tra non molto il paziente sarebbe stato cambiato e girato. Laura torna così in sala d’attesa, dove nel frattempo è arrivato il figlio, che ha staccato dal lavoro poco prima.
Passano la notte, assieme a Sara, nella sala d’aspetto del pronto soccorso, finché, alle nove di mattina, inizia finalmente l’orario di ricevimento dei medici: il primo medico che incontra non conosce il caso di suo marito, quindi va ad informarsi. Torna poco dopo e chiede a Laura: “ah, ma suo marito non parla?”. Laura, senza parole, riesce a rispondere: “ma non l’ha letta l’anamnesi di mio marito in cartella?”. Per fortuna il secondo medico è più preparato e Laura viene a sapere che le analisi non hanno evidenziato problemi ai reni ma che suo marito ha un’importante infezione (di cui non le riescono a specificare la sede, probabilmente alla vescica), che per questo lo hanno messo sotto antibiotici e che non possono essere certi del ricovero in quell’ospedale.

Consigliano a Laura di andare a casa e così fa. Passano le ore, prima di pranzo Laura chiama l’ospedale per avere aggiornamenti ma il suo interlocutore non le sa dire niente e la rimanda al colloquio con i medici. Alle 14.30 Laura torna in ospedale e scopre che l’ora decretata al ricevimento è finita da mezz’ora. Lei non aveva pensato di chiedere l’orario al telefono e loro non gliel’avevano detto. Allora, spiegando la situazione, chiede se è possibile fare un’eccezione ma il medico non vuole sentirne parlare. Il prossimo ricevimento: alle otto di sera. Laura non può aspettare *sei* ore per sapere il futuro di suo marito, per cui, alla prima occasione, si infila in reparto e, per sua fortuna, trova un medico gentile che la ascolta ma che non può dirle molto di più, nemmeno se suo marito sarà rimandato a casa o se ricoverato (in quello o in un altro ospedale). Prima di uscire dal reparto Laura passa a trovare suo marito: lo vede nella stessa identica posizione di 12 ore prima, con lo stesso pannolone con cui era uscito di casa, sporco. Corre in astanteria, firma quello che deve firmare, chiama un’ambulanza privata e, prescrizione di antibiotici in mano, si riporta il marito a casa. “Se deve morire, morirà con gente che lo ama accanto a lui“.

Quando finalmente Mario è di nuovo disteso nel suo letto antidecubito (in ospedale, al pronto soccorso, ovviamente non esiste), una flebo di antibiotici al braccio, finalmente girato di lato, Laura e Sara scoprono il regalo di addio dell’ospedale: due piaghe da decubito, una gigantesca sul sacro e una più piccola sul piede. Quattro anni senza nemmeno un rossore e poi bastano appena dodici ore di ospedale per ridursi così. 

Per fortuna Mario ora sta meglio (piaghe a parte) e al telefono Laura, si sfoga, raccontandomi sconvolta l’accaduto. Non può dare la colpa a Dio, non può dare la colpa a suo marito, non può nemmeno dare la colpa al personale dell’ospedale, perché lei sa bene in che condizioni proibitive si lavora negli ospedali pubblici (alcune storie gliele ho raccontate anche io). Se la prende un po’ con i politici, che hanno lasciato la sanità laziale con un buco di milioni di euro, se la prende con la politica che se ne frega della sofferenza dei malati e di chi è, in generale, indifeso. Ma alla fine, prima di chiudere la telefonata, mi sussurra: “Federica, forse se non l’avessi portato in ospedale ora Mario non starebbe così. Forse è colpa mia.” 

Credo non ci sia bisogno di ulteriori commenti, il silenzio può bastare.