Matteo Renzi dei sondaggi se ne frega. Torna nella direzione nazionale del Pd 15 giorni dopo aver presentato la legge elettorale e delle rilevazioni che per la gran parte danno Silvio Berlusconi vincente al primo turno fa coriandoli. “Con molta franchezza – dice il leader democratico – trovo discutibili alcune reazioni di queste ore e giorni per cui forti di alcuni sondaggi con l’Italicum vince Berlusconi. Le elezioni si vincono o si perdono se si prendono i voti non se si cambia sistema elettorale”. Certo, ci sarebbero anche i numeri dei quali è difficile non tenere conto. “Se si andasse alle elezioni con l’Italicum e un’alleanza con lo schema del 1994 Berlusconi-Bossi-Casini ci battesse il problema saremmo noi – aggiunge Renzi – Se dopo 20 anni la nostra capacità di prendere i voti è tale che basta che Casini vada si là e Bossi stia con Berlusconi per impaurirci, il problema ce l’abbiamo noi”. 

Nella bilancia dei sondaggi è determinante il peso del Movimento Cinque Stelle, di fatto il terzo polo della politica italiana. “Forse anche io ho sbagliato a rivolgermi ai Cinque stelle con toni di comprensione”, ha affermato Renzi a proposito degli scontri parlamentari dei giorni scorsi. “Soffro a vederli come prigionieri politici: uscite, liberate la voglia di dare una mano al paese”. I deputati grillini, ha continuato, “mi sembrano dei prigionieri politici, incastrati dentro il blog, in un meccanismo allucinante. Anzi, “l’escalation di toni” nelle Aule parlamentari, secondo il segretario Pd, deriva dal fatto che “il Parlamento ha iniziato a legiferare sulle riforme. Il tono è più alto perché si è iniziato a produrre risultati che tolgono la terra sotto i piedi ai movimenti della protesta”. A proposito di riforme, Renzi ha ribadito di pensare a un Senato con 150 membri non elettivi: i 108 sindaci dei Comuni capoluogo, 21 governatori e 21 scelti dal Presidente della Repubblica tra esponenti della società civile. 

Quanto alle sorti del governo, in risposta alle voci di questi giorni su una possibile “verifica” se non addirittura su un ingresso diretto di Renzi a Palazzo Chigi, “se Letta ritiene che va tutto bene allora vada avanti. Se, invece, pensa che ci siano delle modifiche allora le indichi e giochiamo a carte scoperte”. Perché, ha continuato il segretario, “se ci sono stati dei problemi non li ha mai posti il Pd” che al governo “non ha mai fatto mancare il proprio appoggio” anche per provvedimenti non proprio condivisi.

Quanto al rimpasto, Renzi sottolinea: “Ho discusso anche in modo acceso con Fassina rispetto al fatto che secondo me la linea da seguire era che il Pd non dovesse chiedere un rimpasto. Perché io penso che l’idea che uno vince il congresso e il giorno dopo chiede di avere un governo più somigliante a se stesso, sia un meccanismo che avesse un senso solo nella prima repubblica e non adesso”. Il segretario ha infine proposto una direzione nazionale ad hoc per discutere del rapporto tra partito e governo, proponendo la data del 20 febbraio, “quando ragionevolmente la riforma elettorale sarà stata approvata in prima lettura” alla Camera. “E’ evidente che ho evitato di calcare la mano sul rapporto Pd-governo, ma io sono convinto che non dovesse la discussione di questa seduta”, ha concluso. “La discussione sul gverno deve vedere la chiarezza innanzitutto del governo”.