Una vita passata dalla parte del crimine. Prima le sigarette e poi l’eroina. E quegli “sbirrazzi” da evitare, insultare, infamare. Anni dopo quell’esistenza balorda presenta il conto: due figli ammazzati in tre giorni. Prima Emanuele e poi Pasquale. Un terzo, Mario, che dopo le esecuzioni nemmeno mette fuori il naso dal balcone di casa e l’ultimo, Nicola, in carcere a scontare 18 anni di galera. Finisce così la storia di Rosa Famiano, alias Nonna Eroina, madre dei fratelli Tatone uccisi da Antonino Benfante tra il 27 e il 31 ottobre. Finisce seduta a un tavolaccio di legno nel suo appartamento di via Lopez 3 nel cuore di Quarto Oggiaro con le foto di Padre Pio sui mobili e accanto le immagini di quei figli che hanno comandato le piazze di spaccio di via Pascarella. E finisce con quel campanello che ieri pomeriggio ha risuonato più volte. In strada una volante. Gli agenti salgono le scale, entrano in casa e le comunicano la notizia: “Signora abbiamo fermato il killer dei suoi figli”. In quel momento nonna eroina non trattiene le lacrime. Piange e li abbraccia, loro gli “sbirrazzi”. E dice: “Lo sapevo che lo avreste arrestato, lo sapevo, grazie grazie”.

NELL’APPARTAMENTO DEL KILLER: IL VELIERO DI FIAMMIFERI
Il giorno dopo il fermo dell’esecutore materiale di tre omicidi, terminata la tensione e la paura, il quadro diventa più nitido, tempi e orari si fanno più chiari. Due gli eventi che scandiscono il pomeriggio di ieri. Quello in cui nonna Rosa apprende dell’arresto e l’arresto stesso. Alle 14 e 15 sette agenti di polizia pistola in pugno, caschi e giubbotto antiproiettile salgono al quarto piano del palazzo di via Lessona 1. Qui abita Benfante, detto Nino Palermo. Lo trovano in accappatoio e per nulla remissivo. Tiene gli occhi piantati dentro a quelli degli agenti. Sa che è il sospettato numero uno. Quel suo sguardo di “lucida follia” non si abbassa. Fa una doccia. Gli agenti trovano qualche grammo di cocaina sotto al letto. Poca roba. Nino Palermo, malato di parkinson, la usa per le sue serate a luci rosse. L’appartamento è un bilocale. Sul tavolo gli agenti notano un grande veliero costruito con i fiammiferi, un passatempo coltivato in oltre vent’anni di carcere.

L’EX COMPAGNA E LE RIVELAZIONI SUI TRE OMICIDI: “L’HO FATTO PER MIO FIGLIO”
Dall’irruzione sono passati circa trenta minuti. In quel momento Benfante legge l’ordinanza d’arresto firmata dal gip Andrea Salemme. Immagina qualcosa ma non tutto. Non immagina, ad esempio, che la sua compagna abbia reso dichiarazioni decisive. Legge e in quel momento sente tutto il peso del probabile carcere a vita. Perché le parole della donna colpiscono più del piombo. In quei verbali c’è la conferma che a compiere gli omicidi è stato lui. “L’ho fatto per proteggere mio figlio”, dirà la donna agli investigatori e lo farà fin da subito. Per quaranta giorni questa signora dal coraggio eroico davanti a Benfante sosterrà la parte della fidanzata mite e accondiscendente. Quindi, a ridosso dell’arresto, il trasferimento in una località protetta.

NONNA ROSA E LA POLIZIA, EX NEMICI
Torniamo allora in via Lopez 3. Un’ora dopo l’arresto ecco nonna eroina in lacrime a ringraziare i suoi nemici di sempre: gli agenti di polizia. A Milano Rosa Femiano ci arriva negli anni Settanta. Con lei cinque figli, quattro maschi e una femmina, Adelina, morta in carcere. All’epoca Quarto Oggiaro non è ancora terreno di conquista delle cosche. Lo diventerà presto. A spartirsi gli affari clan siciliani e calabresi. In mezzo ci sono loro: i Tatone di Casaluce in provincia di Caserta. In batteria non stanno con nessuno. Gli affari sono a conduzione familiare. I calabresi Carvelli invece hanno rapporti con la ‘ndrangheta che conta. Con Biagio Crisafulli ad esempio per il quale lavora anche Benfante. I Tatone, però, fanno carriera. Tra via Lopez, via Pascarella e via Concilio Vaticano secondo lo spaccio è roba loro. A sorvegliare, però, c’è sempre lei, nonna Rosa. Lei protegge quei figli saliti dalla Campania, li tutela, li difende davanti agli sbirri, urla e diventa violenta quando gli investigatori si presentano per arrestarli.

“DA OGGI GESTISCO IO IL GIRO DELLA COCA”
A Quarto Oggiaro, però, le cose criminali cambiano in fretta. L’arresto del 2009 chiude la storia di Nicola Tatone. Da lì il vuoto di potere crea schegge impazzite. Benfante esce nel 2012 e subito si mette al lavoro. Spaccia assieme ai Tatone con in testa un obiettivo: “Prendersi la piazza della coca”. Ma per raggiungere lo scopo bisogna “parcheggiare” i due fratelli. Moriranno entrambi. In mezzo un terzo ammazzato: Paolo Simone che si trova nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Nino Palermo in quartiere lo conoscono in molti. E’ uno che spara. Si sa. In carcere ha coltivato un’aggressiva paranoia. Tutto per lui vale un sospetto. Ma è determinato. E dopo gli omicidi non cambia abitudini, ma torna in quartiere e prende contatto con i cavalli dei Tatone. “Tu – dice – da oggi stai sotto di me”. Il progetto però dura poco e finisce a San Vittore. Qui domani Antonio Benfante sosterrà l’interrogatorio di garanzia davanti al gip Donatella Banci Buonamici. A difenderlo l’avvocato Roberta Ligotti.