Dopo aver ascoltato la telefonata fra Vendola (presidente della Regione Puglia) e Archinà (allora tessitore delle relazioni Ilva) ho pensato subito a quei giorni dell’estate del 2010. Avevamo fatto esplodere il caso del benzo(a)pirene lanciando sui media i dati dell’ARPA. Quel cancerogeno era schizzato tre volte sopra i limiti di legge. Entrava nei polmoni di bambini e lo denunciavamo con forza. Chiedevamo che si applicasse una normativa a tutela della popolazione mai applicata dal 1° dicembre 2010
 
Al direttore dell’ARPA Giorgio Assennato venne rimproverato che quei dati erano usati “come delle bombe“. 
La nostra denuncia aveva avuto il fragore di una pietra che si infrange su una vetrina. E la vetrina simbolica che avevamo rotto era la rappresentazione di una fabbrica compatibile con la città. Una vetrina tirata a lucido da Vendola. Una vetrina che sarebbe poi stata distrutta due anni dopo da due impietose perizie della magistratura.
Quella vetrina andava in frantumi. Occorreva correre ai ripari.
Da qui si comprende la preoccupazione di Archinà, che chiede soccorso a Vendola rivolgendosi in qui termini per conto dell’Ilva. 
Quella telefonata è il Potere, direbbe Pasolini oggi. Quel Pasolini di cui Vendola era stato cultore appassionato, fino a scriverne nella tesi di laurea.
 
Quando ho ascoltato le parole di Vendola, e le sue risate con Archinà,  ho ripensato a quei giorni bollenti del 2010 e al fatto che avevamo ancora fiducia in lui. Allora riponevamo in lui ancora la speranza. Del resto lo avevamo votato, molti di noi non avrebbero mai pensato a un tradimento, molti di quelli che erano impegnati sul fronte ambientale avevano fatto parte del suo comitato elettorale. 
E così andammo a Bari, a raccontare la gravità della situazione. Non ci accolse Vendola ma l’assessore all’ambiente Nicastro e il dirigente dell’assessorato Antonicelli. Presero nota dei nostri numeri di telefono sui loro Iphone bianchi e neri. Ci ascoltarono con attenzione, con partecipazione, così mi sembrò. Nicastro ci disse: “Non terremo solo le matite a posto sulla scrivania”. Mi colpì quella frase, la ripeté più volte. Lo presi sul serio.
Noi eravamo andati lì con una tremenda pena nel cuore, eravamo nella stanza dell’assessorato con la voce tremante, leggendo le email delle persone ammalate che ci avevano scritto.
 
Davamo voce alle vittime, alle tragedie, ai malati terminali che ci affidavano una frase, un appello accorato perché la Regione ci ascoltasse finalmente e agisse applicando la legge per fermare la almeno la cokeria dell’Ilva. Leggevamo storie da piangere e le leggemmo dignitosamente a Nicastro e Antonicelli trattenendo a stento le lacrime. Allora avevamo ancora fiducia in loro e non sapevamo che Nichi Vendova nel frattempo rideva al telefono con Archinà. Ce ne andammo via da Bari con il cuore gonfio di speranza, con calorose strette di mano e con il sorriso fiducioso di chi implora un aiuto. E fummo subito abbandonati.