Alfano non si tocca? Facile a dirsi, più difficile a farsi. Soprattutto sulla lunga distanza. Ieri, improvvisamente, la partita politica intorno al caso kazako è finita dritta nel campo del Pd, ormai a un passo dalla deflagrazione finale e Berlusconi ha avuto buon gioco a restare a guardare gli avversari contorcersi nelle loro faide precongressuali, ma la sorte del bersaglio Alfano è stata al centro della sua giornata. Ieri, infatti, pontieri Pd avevano portato avanti una soluzione politica apparsa però – da subito – non percorribile: “Togliere le deleghe ad Alfano”. Sarebbe rimasto vicepremier, ma l’idea è stata cestinata subito dallo stesso Berlusconi, che pure l’ha valutata direttamente. “Non la reggiamo – spiegava ieri alla Camera un ex ministro vicino al Cavaliere – perché Alfano è anche segretario del partito, e vicepremier. Non è un semplice ministro”.

Un intreccio di pesi e contrappesi troppo complicato per pensare di chiuderlo in modo tanto bizantino. Per di più, Berlusconi di problema ne ha anche un altro: se mai Alfano dovesse cadere, i “falchi” prenderebbero immediato sopravvento nel partito, rendendo impossibile la sua gestione politica e, di fatto, costringendolo ad accelerare verso la formazione della nuova Forza Italia per ora ancora parcheggiata nei sogni di Daniela Santanchè. Ecco perché ieri sera ha convocato Brunetta, Verdini, Schifani e proprio la Santanchè per valutare i vari punti di caduta. Alfano è arrivato più tardi. Alla fine, la linea uscita dal vertice è che non esiste alcuna possibilità di sostituzione di Alfano o di remissione delle deleghe, non c’è alcuna exit strategy, “il congresso del Pd – ha detto risoluto Denis Verdini – non si consuma sulla testa del Pdl, dunque Alfano non farà alcun passo indietro”.

Insomma – ecco il messaggio – che il Pd provi a sfiduciarlo. Ma sulla lunga distanza, di fronte all’ipotesi di elezioni, il Cavaliere potrebbe – invece – anche “sacrificare” Alfano per la tenuta dell’esecutivo con lo spostamento di Maurizio Lupi al ministero dell’Interno (naufragata l’ipotesi Frattini) e la “promozione” di un altro esponente pidiellino alle Infrastrutture (il nome che circola è quello di Mariastella Gelmini). Insomma, un rimpasto. Con il placet di Letta a cui si sta lavorando. L’ex capo del governo ancora una volta si troverà di fronte due linee, quella più soft e quella dei falchi pronti a chiedere, in caso di sfiducia al titolare del Viminale, anche la “testa” di Emma Bonino. Che in serata è salita al Quirinale, dove sono rivolti gli sguardi di tutti, Berlusconi compreso. Oggi è atteso il discorso del Capo dello Stato alla cerimonia del Ventaglio e stando alle indiscrezioni non si esclude che Napolitano possa fare un duro richiamo al senso di responsabilità ed alla necessità che il Paese possa contare su un governo stabile. Che, però, non può essere più questo.

Da Il Fatto Quotidiano del 18 luglio 2013