Saipem torna sotto i riflettori. Il tribunale di Milano ha condannato la società petrolifera controllata da Eni, quindi pubblico-privata, a una sanzione pecuniaria di 600mila euro e ha disposto la confisca di 24,5 milioni di euro già accantonati dall’azienda imputata nel processo su presunte tangenti in Nigeria. “Siamo estremamente meravigliati per l’esito totalmente sganciato dalle acquisizioni probatorie emerse in sede dibattimentale”, hanno commentato il professore Angelo Giarda e l’avvocato Massimo Pellicciotta, difensori di Saipem, spiegando che “aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza per poterla impugnare”. L’azienda ha fatto sapere che la decisione del tribunale “non ha, in ogni caso, alcun impatto finanziario su Saipem” e il gruppo “ricorrerà in appello“.

I giudici della quarta sezione penale del tribunale di Milano, presieduta da Oscar Magi, nel dichiarare la società responsabile dell’illecito amministrativo, hanno concesso le attenuanti generiche previste dalla legge 231 del 2001 e hanno dunque ridotto di un terzo la sanzione amministrativa di 900mila euro che era stata chiesta dai pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro. Nel processo sull’affaire Nigeria in origine erano imputati cinque ex manager di Snam Progetti, società del gruppo Eni poi incorporata nel 2006 da Saipem, per presunte tangenti pagate, tra il 2002 e il 2004, a politici nigeriani in cambio di appalti per la costruzione di sei grandi impianti di trasporto e stoccaggio di gas a Bonny Island. Nell’aprile del 2012 il tribunale ha dichiarato però la prescrizione per gli imputati e a processo è rimasta solo Saipem.

L’azienda aveva fatto molto parlare di sé negli ultimi mesi per i pesanti crolli a Piazza Affari che hanno seguito due revisioni al ribasso degli utili. Lo scorso 17 giugno il titolo è precipitato del 29%, dopo che l’azienda aveva stimato una perdita netta tra 300 e 350 milioni di euro. Già a gennaio la società aveva dimezzato le stime sull’utile operativo e il mercato aveva reagito facendo crollare il titolo del 34,9% in un’unica seduta. Un mese e mezzo prima c’era poi stata l’apertura dell’inchiesta giudiziaria sulle tangenti algerine che aveva portato alle dimissioni dell’ex amministratore delegato Pietro Franco Tali e alla sospensione di alcuni dirigenti.