Uno schianto borsistico di queste dimensioni, a memoria di grafici, Saipem non l’aveva mai subito. Il 34,9% perso in un unica seduta, 4,5 miliardi di valore persi in una sola giornata. D’altronde la società era considerata tra le più solide del listino italiano. Una delle poche in tempi di magra finanziaria come questi. E, anche in questo caso, i grafici raccontano una storia molto diversa da quella vissuta dal listino nella sua generalità. Mentre banche, assicurazioni, auto, energia crollavano sotto il peso della sventola finanziaria iniziata nel 2009 senza mai riprendersi veramente, nell’ultimo anno la società del gruppo Eni metteva a segno gli ennesimi massimi storici a Piazza Affari, con le azioni che superavano di poco i 40 euro.
 
Un favore che si è spezzato dopo che ieri, in serata, la società ha annunciato un taglio delle stime 2013 di reddito operativo (l’acronimo in inglese è ebit) a 750 milioni di euro, ovvero inferiore al 50 per cento rispetto a quelle che erano le attese degli analisti finanziari, che nella loro globalità avevano fissato questa misura in media a 1,68 miliardi. Anche le stime di ebit del 2012, appena consluso, sono state riviste al ribasso del 6 per cento a 1,5 miliardi di euro. La revisione delle stime è stata opera del nuovo amministratore delegato Umberto Vergine, che si è insediato lo scorso 5 dicembre dopo che l’ex ad Pietro Franco Tali aveva rassegnato le dimissioni sull’onda delle indagini aperte a Milano e in Algeria per una presunta tangente da 180-200 milioni di euro pagata nel Paese del Maghreb per la costruzione dell’oleodotto GK3. Indagini che avevano coinvolto anche la società ai sensi della legge 231/2001 sulla responsabilità delle imprese.
Una operazione di revisione delle attività tutto sommato normale ad ogni cambio di guardia, se non fosse stato per l’intensità delle cifre in ballo e perché – come la stessa società scrive in una nota rilasciata ieri sera a mercato italiano chiuso (intorno alle 18) – riguarda anche revisioni sulle stime di marginalità di contratti in Paesi come la stessa Algeria o la Nigeria (per la quale la società è ancora sotto processo e nei primi di febbraio si terrà un’udienza a Milano) o il Medio Oriente, piuttosto che ritardi ell’assegnazione di importanti contratti in Venezuela, sempre Nigeria e Iraq. Ma la riduzione delle attività ci sarà anche nei contratti offshore in Mar Baltico, Africa Occidentale e Mar Caspio. 

Insomma una pesante revisione complessiva su contrati in essere o in scadenza che Pietro Tali, nei confronti del quale la procura di Milano ha emesso un’avviso di garanzia per i fatti algerini (non ci sarebbero però al momento altri atti importanti da parte del procuratore Fabio De Pasquale, che segue il procedimento con Sergio Maria Spadaro), non aveva mai comunicato al mercato in passato. Investitori che si sono ritrovati totalmente spiazzati questa mattina. 

Proprio tutti? No, perché l’altro ieri – a 24 ore dal ribasso di stime – si è avuta notizia che a Londra la banca americana Bank of America Merrill Lynch (BofA) aveva piazzato sul mercato 9,97 milioni di titoli della società a un prezzo medio di 30,65 euro, per un controvalore di 315 milioni di euro circa. Si era sparsa la voce, rilanciata anche da Il Sole 24 Ore, che a vendere fossero stati i fondi americani Fidelity, ma non c’è nessuna conferma ufficiale al momento e la Consob ha aperto le necessarie verifiche. Ma, se così fosse, è forte il sospetto che il venditore ancora misterioso o l’intermediario BofA sapessero della revisione. Un classico caso di insider trading, difficilmente perseguibile però perché i fatti si sono svolti fuori Italia. Ultima beffa per tutti quei risparmiatori Saipem che oggi si sono svegliati alleggeriti di un 34 per cento del loro valore, che si riflette oltretutto in un calo del 5,2% delle azioni di Eni, la controllante della società, che attraversa uno dei suoi momenti più bui tra indagini, attività e mercati. E che alla fine si ripercuote sull’intero listino di Piazza Affari, che alla fine chiude a -3,6%.

Aggiornato dalla redazione web all 17,41