Oggi, 6 maggio avrebbe compiuto 17 anni e voglio scrivere di Alessandro.

17 febbraio 2012, sulla ringhiera

A febbraio dell’anno scorso Alessandro si era arrampicato su una ringhiera davanti alla Procura di Taranto. Ritmava lo slogan: “Noi-vo-glia-mo-a-ria-puli-ta.
Alessandro era lì a manifestare a sostegno dei magistrati con tanti ragazzi. Una folla aveva pacificamente accerchiato il tribunale perché cominciava il procedimento penale sull’inquinamento dell‘Ilva di Taranto.

Il suo non era solo uno slogan. Alessandro era affetto da fibrosi cistica, una malattia polmonare. Le persone affette da questa patologia di tipo infiammatorio sono predisposte a sviluppare, in seguito ad esposizione alle polveri sottili, un rilevante aggravamento. Fino a soffocare.

Alessandro giocava a pallone ma poteva stare solo in porta. Attendeva il giorno del suo trapianto polmonare. “Così potrò giocare all’attacco”, diceva. Ma all’attacco Alessandro già ci giocava nella vita. Era un trascinatore e a scuola incitava i suoi compagni all’impegno civile, a non voltarsi dall’altra parte e ad essere presenti con lui ovunque ci fosse un’iniziativa cittadina per l’ambiente e per la salute.

Quella lotta era diventata la sua vita. I suoi amici lo chiamavano “il guerriero”. Alessandro si era anche scontrato con alcuni insegnanti che non apprezzavano questo suo impegno. Lui era arrivato a rispondere: “Voi non avete capito cosa è veramente la vita”.

Alessandro dimostrava la maturità di un adulto, forse perché sentiva di essere vicino alla fine. Aveva deciso di non sprecare il suo tempo. Diceva che se Taranto avesse vinto la lotta contro l’inquinamento forse anche lui l’avrebbe vinta e probabilmente non sarebbe stato urgente il trapianto dei polmoni.

“Alessandro amava Taranto in maniera smisurata e, anche se i dottori avevano consigliato di cambiare città, lui aveva deciso di restare per dare il suo contributo”, mi spiega il papà Aurelio.

Cerco su Internet: ‘Alessandro Rebuzzi‘. E, come se aprissi uno scrigno segreto, mi imbatto nelle parole di una ragazza: “E’ come se ancora sentissi il suono della tua voce, della tua risata. La tua allegria coinvolgente che illuminava il mondo e dava un senso alla mia vita. A 15 anni cosa ti aspetti? Le delusioni d’amore, i 4 in matematica, il genitore che non ti fa uscire il sabato. Ma la morte? No… quella no. Perché? Perché le persone muoiono? Non ti ho mai detto ciao, non ti ho mai abbracciato come avrei voluto, non ti ho mai detto quanto ti amassi, e quanto avrei voluto vivere la mia vita, i miei successi, i miei fallimenti insieme a te”.

25 luglio 2012, l’ordinanza

Il 25 luglio dello scorso anno il Gip Patrizia Todisco dava l’ordine di spegnere gli impianti inquinanti dell’Ilva dichiarando che “la gestione del siderurgico di Taranto è sempre stata caratterizzata da una totale noncuranza dei gravissimi danni che il suo ciclo di lavorazione e produzione provoca all’ambiente e alla salute delle persone”.

Il Gip aveva letto la dettagliata perizia epidemiologica di tre consulenti – Annibale Biggeri, Maria Triassi e Francesco Forastiere – i quali concludevano: “L’esposizione agli inquinanti emessi ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi che si traducono in malattia o morte”.

Il Gip Patrizia Todisco in quell’ordinanza di sequestro preventivo degli impianti dell’area a caldo, scriveva: “Non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’Ilva, abbia ancora ad ammalarsi o a morire o ad essere comunque esposto a tali pericoli, a causa delle emissioni tossiche del siderurgico”.

In quei giorni sembrava imminente il fermo degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva. E Alessandro ci sperava.

2 settembre 2012, la morte

Ma in quegli stessi giorni si stava avvicinando alle settimane del suo calvario. Il 2 settembre i suoi polmoni avrebbero finito di respirare per sempre.

Il papà Aurelio mi racconta la storia di suo figlio come una corsa contro il tempo. Una storia illuminata dalla fiducia che Alessandro – figlio unico – infondeva ai suoi genitori. “Vedrete che ce la farò, non vi preoccupate”. Già all’età di 12 anni aveva scritto: “Chi butta la vita non è degno di essere ricordato”. Il signor Aurelio me le mostra e si commuove.

Alessandro aveva preso contatti con ragazzi e ragazze nelle sue condizioni e a tutti faceva coraggio.

Aurelio Rebuzzi racconta gli ultimi giorni: “Non farò il trapianto, sto morendo, disse qualche giorno prima di lasciarci”. Di fronte ho un papà straordinariamente comunicativo.

Mi dice che al prossimo incontro con gli studenti mi accompagnerà lui, “perché in me vive Alessandro”. E aggiunge: “Alessandro sarebbe venuto sicuramente all’incontro che farete con i ragazzi e quindi verrò io per lui. Adesso vado da Alessandro e glielo dico. Mi sento carico”. Aurelio ogni giorno va dal figlio e gli parla. Gli racconta quello che succede, il suo dolore e le sue speranze. “Sono andato a chiedergli scusa – racconta – per tutti i tarantini che non hanno votato al referendum sull’Ilva. E gli ho detto: non andando a votare ti hanno tradito”.

Il signor Aurelio sarà con me e Fabio Matacchiera quando voleremo a Bruxelles a parlare del caso Taranto al Parlamento Europeo. Non dobbiamo portare solo statistiche con noi.

6 maggio 2013, il compleanno

Il 6 maggio è il primo compleanno senza Alessandro e il signor Aurelio lo festeggia portando un regalo ad una ragazza che non sta bene. Come se a portarlo fosse Alessandro.

“L’unico stimolo che ho – mi racconta il signor Aurelio – è continuare il progetto di Alessandro”. Mi dà una fotografia del figlio e io gli prometto di scrivere questo articolo per il compleanno di Alessandro.

Lo ascolto commosso questo papà così fiero e determinato. Rimango in silenzio e lui mi dice: “Qui non c’è Aurelio Rebuzzi, qui c’è Alessandro Rebuzzi”.