Alla domanda su cosa sia oggi la “base” dell’elettorato democratico in Italia credo che in pochi saprebbero rispondere. Io non sono capace di rispondere per un motivo preciso: perché essendo io stesso un elettore del Partito Democratico non sono in grado di definire me stesso. Cioè, se qualcuno, alla luce dell’inveterata abitudine degli uomini del Ventunesimo secolo di definire le persone in base al loro mestiere, alle loro idee, o peggio alla loro genealogia, mi chiedesse “tu chi sei?”, io non saprei da dove incominciare.

Eppure, a rigor di logica, essendo appunto un elettore del Partito Democratico, ed essendo stato prima ancora un elettore dei Democratici di Sinistra, e ancor prima del Partito Democratico di Sinistra (per ragioni anagrafiche non ho fatto in tempo a votare per il Partito Comunista), appartengo a quella “base” di cui un tempo si teneva in gran conto e che oggi è stata sapientemente occultata, come si fa con un antidolorifico che cura i sintomi ma non le cause di un malessere. Intendo cioè quella coscienza collettiva critica che rappresentava un tempo la stella polare delle decisioni di partito e dei cambiamenti, quell’anima sociale che costituiva la personalità, il carattere politico, la natura, in una parola l’identità, del partito.

Dunque nessuno oggi saprebbe dire da chi è composta la base del Partito Democratico per la semplice ragione che nessuno sa dire di sé; e questa, fra tutte, mi pare la causa primordiale della confusione che regna sotto il cielo democratico. Se io non so dire di me, non posso dire di chi è come me, e non potendo dire di chi è come me, non posso usare il pronome personale “noi”. Ecco, “noi democratici” è un puro nonsense, un portmanteau, un’espressione-macedonia.

Eppure, questa macedonia, questa melassa impalpabile di cui si percepisce a stento l’odore negli uffici, alle fermate degli autobus, nei bar, nei circoli, nei social network, ha un’idea piuttosto chiara degli ultimi eventi. Ed è un’idea critica; dirò di più, è un giudizio impietoso, feroce, inesorabile, ed è accompagnato da un senso di dolorosa frustrazione e di vergogna. Userò un’analogia forte, crudele, sicuramente eccessiva: quel sentimento assomiglia alla vergogna che spesso provano le vittime di uno stupro. C’è disagio, imbarazzo, si tace per non aggravare quel sentimento di ignominia di cui si porta un peso di cui non si ha alcuna responsabilità, l’infamia di ritrovarsi politicamente abbracciati alla parte a cui si è data la colpa del massacro sociale e culturale che dura da un ventennio.

Eppure, a leggere i giornali, si parla al più di una misera fronda di “malpancisti” (neologismo sciagurato) tutta interna e agevolmente domata in nome dell’interesse supremo del paese. La “base” non c’è, non è evocata, il partito è preda di una visione solipsistica dell’esistenza politica secondo la quale c’è solo se stesso e ad esso tutto è subordinato. Gli otto milioni e mezzo di elettori che hanno votato Pd alle ultime elezioni – in nome di un programma di governo che sulla carta non aveva niente a che vedere con l’infelice calderone messo in piedi in meno di quarantotto ore da Enrico Letta – sono un ologramma, un’informazione senza sostanza.

“Di questo passo moriremo democristiani” è la cosa che sento dire più spesso negli ultimi tempi. No, di questo passo moriremo e basta.