Nonostante gli avvertimenti, più o meno anonimi, che per tutta la primavera del ’92 incrociarono i palazzi del potere, Falcone e Borsellino vennero fatti a pezzi senza che lo Stato riuscisse a prevedere e a prevenire un bel nulla. E così nessuno pensò di utilizzare il ‘’jammer’’, un disturbatore di frequenze che forse avrebbe potuto bloccare l’innesco a distanza dell’esplosivo di Capaci. Nessuno pensò di mettere una semplice zona rimozione in via D’Amelio, che avrebbe impedito ai killer di piazzare l’auto-bomba col suo carico di tritolo. Vent’anni dopo, la storia si ripete. Ora che un nuovo Corvo annuncia il ritorno delle stragi a Palermo, e indica Nino Di Matteo come il primo obiettivo, tutto tace. La città-mattatoio non ci crede, o non vuole crederci, e appare in preda all’incantesimo della Bella addormentata. Si è mossa solo la Prefettura che, sotto la spinta del procuratore di Palermo Francesco Messineo, che in fretta e furia ha rafforzato la scorta al pm. Per il resto: un silenzio assordante.

Non che da Roma arrivino segnali incoraggianti. Tace Napolitano. Tace Monti. Tace la Cancellieri. Tace la Severino, che parla solo per elogiare il pg della Cassazione Ciani, lo stesso magistrato che pochi giorni fa ha messo sotto accusa proprio Di Matteo, vittima designata del nuovo progetto stragista, con un’iniziativa disciplinare a dir poco pretestuosa. Ma la cosa più assurda è il silenzio di Palermo. La città che vent’anni fa fu letteralmente devastata dalle stragi, e che negli ultimi vent’anni ha fatto da palcoscenico al teatrino della memoria (buono solo a promuovere fulgide carriere politiche), oggi accoglie l’annuncio di nuovo sangue con apparente indifferenza.

Un attentato a Di Matteo? ‘’Boh’’… Non se ne parla nelle scuole, dove i ragazzi guardano alle stragi come noi alla loro età guardavamo alla Seconda Guerra mondiale: un evento del passato, lontano e irripetibile, un soggetto da film. Non se ne parla nelle chiese. Negli uffici. Sui taxi. Al bar. Non se ne parla per strada. Una nuova strage? ‘’Mah…’’. Qualcuno tira in ballo quella che in gergo psicanalitico si chiama ‘’negazione’’: una paura così profonda che impedisce di accettare come realistica una minaccia sia pur fondata. Qualcun altro parla, invece, di ‘’assuefazione’’: troppe fiction sulle stragi, troppi proclami in politichese, un surplus di parole che ha svuotato di senso il linguaggio in tema di mafia e antimafia, riducendolo a semplice slogan, significante senza significato, anche quando si tratta di un allarme ritenuto ‘’serio’’ ed ‘’elevato’’. Risultato? La Palermo che vent’anni fa scese in piazza, si strinse in immense catene umane, appese centinaia di lenzuoli ai balconi per dire ‘’no’’ allo stragismo, oggi reagisce alla minaccia di un’ennesimo ‘’botto’’ con sonnolenta incredulità. O con scettico fatalismo: ‘’Minchia, che attasso (che sfiga)… speriamo di no’’.

Eppure è successo. E’ successo per Falcone e Borsellino. Nessuno ci credeva, ma le stragi sventrarono l’autostrada di Capaci e via D’Amelio con millimetrica e sanguinaria precisione. E’ successo. E dunque può ancora accadere. Tanto più che gli analisti dell’intelligence antimafia leggono il contenuto dell’anonimo come l’ultimo capitolo della trattativa: il sistema criminale fa sapere che ‘’non si può affidare il paese a comici e froci’’. In sostanza, il Corvo ci avverte che se Berlusconi esce di scena, se il Pd non fa l’inciucio con il Pdl, se insomma saltano tutti gli accordi che hanno permesso dal ’92 ad oggi, di salvaguardare l’ordine pubblico, grazie al patto di non belligeranza siglato tra Stato e mafia, gli ‘’amici romani’’ del boss Messina Denaro si affretteranno a richiamare alle armi i loro sicari mafiosi per far brillare quintali di esplosivo in pieno centro a Palermo.

Sempre a Palermo: la camera della morte del Paese. E’ successo vent’anni fa e può accadere ancora. Ora il bersaglio è Di Matteo, proprio l’uomo-simbolo della ricerca della verità che ha cercato di smascherare quel patto scellerato tra mafia e Stato capace di garantire la convivenza pacifica dell’ultimo ventennio. Ma l’eliminazione di uno o più magistrati, che pure riuscirebbe a disintegrare la continuità delle indagini, è il vantaggio secondario. Quello primario è creare, oggi come allora, caos, confusione, paura, per costringere la politica a tornare sui binari del trasversalismo conosciuto e collaudato. A rifare l’inciucio in fretta e furia. Ad eleggere un nuovo capo dello Stato che si faccia garante della continuità. Destabilizzare per stabilizzare. Da piazza Fontana in poi, ha funzionato sempre. Perché non riprovarci ancora? Strage che vince, non si cambia.