Petrolchimico
Foto di Paola Rizzu

Oggi è di moda utilizzare il prefisso “bio” o “eco”, oppure la parola “verde” per attività che di compatibile con l’ambiente non hanno in realtà  nulla. Forse è quello che sta per avvenire a Porto Torres con l’Eni. Ce lo racconta Simone Maulu, esponente del movimento politico iRS – indipendentzia Repubrica de Sardigna.

Il 19 agosto 2003, gli attivisti del movimento indipendentista sardo iRS – indipendentzia Repubrica de Sardigna, con un blitz nella collina di Minciaredda  tra la centrale di Fiumesanto e il polo petrolchimico di Porto Torres portarono alla luce quella che poi venne soprannominata “la collina dei veleni”. Una discarica abusiva creata dalla Sir di Rovelli e utilizzata come discarica dalle società che negli anni hanno gestito il petrolchimico, dove venivano scaricate le scorie più tossiche e tutti gli altri scarti di raffineria. Al clamoroso blitz presero parte i deputati Gabriella Pinto e Mauro Bulgarelli membri della commissione bicamerale Ecomafie.

Dopo l’incursione degli indipendentisti il tribunale di Sassari aprì un fascicolo e  il 16 marzo 2009, una volta conclusa la fase di indagini preliminari, il Pubblico Ministero Michele Incani chiese il rinvio a giudizio degli imputati Gianfranco Righi, legale rappresentante della Syndial; Guido Safran, manager della Sasol Italia; Diego Carmello e Francesco Maria Apeddu, rispettivamente legale rappresentante e direttore dello stabilimento della Ineos Vinyl. Nell’atto conclusivo dell’inchiesta, inizialmente il pubblico ministero addebitò agli indagati la responsabilità per «disastro ambientale» e «concorso continuato in avvelenamento di sostanze destinate all’alimentazione».  L’imputazione prevedeva il dolo, in quanto chi aveva inquinato sapeva esattamente ciò che stava facendo.

Tuttavia, nonostante questi capi d’accusa, il processo pareva caduto nell’oblio per un vizio di forma e ormai da diversi mesi tutto taceva. Ieri apprendiamo a mezzo stampa che il processo potrebbe iniziare con appunto l’accusa di disatro colposo e non già doloso. E la prescrizione sarebbe dietro l’angolo…

Intanto oggi Eni, in società con Matrìca,  propone sul posto la realizzazione del polo della “Chimica Verde”.

E’ nella progettualità di un impianto a biomasse che emerge con chiarezza l’ambiguità che sta dietro l’affaire della chimica “verde”; dichiara Vincenzo Migaleddu, presidente di I.S.D.E. Medici per l’ambiente Sardegna: “Eni Power vuole realizzare una centrale a biomasse da 43,5 MWe (superiore a quella prevista nel protocollo di intesa di 40 MWe). In realtà la centrale a biomassa nel SIA (Studio di impatto ambientale) viene sostituita, rispetto al protocollo di intesa, da una centrale “biomassa” con una potenza termica di 205 MWt alimenta da due caldaie ; una da 135 MWt per la presunta combustione di biomassa collegata ad  turbina a vapore da 43,5 MWe; l’altra  da 70 MWt -oltre un terzo della potenza- per la produzione di vapore “tecnologico” alimentata, come combustibile, da un residuo industriale speciale pericoloso e tossico/nocivo del Cracking dell’etilene, denominato FOK ( Fuel of craking) che non può essere certo classificato “bio”. Non si ha inoltre la certezza che venga chiusa la termo-centrale a olio combustibile e a Fok da 160 Mwe: il documento di studio di impatto ambientale ne prospetta la possibilità e nient’altro; essendo chiuso l’impianto Cracking dell’etilene di Porto Torres è evidente che le caldaie dovrebbero bruciare FOK di importazione verosimilmente proveniente da Gela”. Per quanto riguarda la caldaia a “biomasse” da 43,5 MWe con la  combustione di biomassa da cardo sarebbero necessarie circa 500-600 mila Ton/anno. Ciò significa – spiega Migaleddu –  che con le rese medie dovremmo sacrificare 100-120mila ettari del nostro territorio seminativo (su poco più 250mila ettari di seminativi disponibili), circa 1000/1200 Km2. E questo senza contare gli effetti sanitari delle emissioni, in un SIN ( sito di interesse nazionale per bonifica) dove secondo l’Istituto Superiore di Sanità in entrambi i generi si osserva  un’aumentata mortalità per il tumore del polmone, per le malattie dell’apparato respiratorio anche acute e per le malformazioni congenite”.

Più che una proposta questa della “Chimica Verde” appare come un ricatto da parte di Eni per quanto riguarda l’aspetto delle bonifiche.; se le istituzioni non autorizzano la realizzazione degli impianti, Eni non farà le bonifiche. Tra l’altro a oggi il piano di bonifica delle aree inquinate che è stato presentato, è molto ambiguo e soprattutto non si capisce in maniera chiara come si ha intenzione di intervenire nell’area di Minciaredda, che è la più inquinata.

Fino ad ora le istituzioni politiche locali hanno sempre accettato i progetti di Eni e Matrica, senza battere ciglio per qualsiasi tipo di proposta proveniente da queste aziende che in Sardegna hanno creato solo devastazione  al territorio.

E’ evidente che la Chimica Verde è il “cavallo di Troia” dell’Eni che non vuole fare le bonifiche a Porto Torres e vuole invece costruire un inceneritore “dipinto di Verde”.

Fino ad ora la presentazione dei progetti è sempre avvenuta in modo squilibrato e ambiguo; i tecnici e gli incaricati dell’Eni non hanno mai accettato un confronto paritetico con la popolazione. Né le istituzioni  hanno mai lavorato in questa direzione.

Nei cittadini rimangono forti dubbi, tant’è vero che sono nati diversi comitati locali (No chimica verde/No inceneritore e Nurra Dentro)  composti da cittadini, agricoltori, pastori. Ed anche l’associazione ambientalista “Gruppo di Intervento Giuridico” ha espresso molte perplessità in merito ai contenuti del protocollo d’intesa firmato dalla Provincia di Sassari e dai Comuni di Sassari e Porto Torres.

Alla luce di quanto emerso durante questi incontri pubblici, sarebbe quanto mai opportuna la costituzione di un tavolo paritetico, come ha proposto diversi mesi fa il consigliere provinciale di iRS Gavino Sale in sede di consiglio, dove potrebbero confrontarsi pubblicamente gli incaricati di Eni, Enipower, Novamont, Matrìca e i tecnici espressi dalla società civile.

Pensiamo  che sia legittimo un confronto di questo tipo, a cui le società coinvolte non si dovrebbero sottrarre per un fatto di equità e di trasparenza  nei confronti dei cittadini e in particolare dei lavoratori.”