Prima l’evocazione della “battaglia in piazza” nel caso in cui “anche il presidente della Repubblica sia nominato dalla sinistra”, poi il ricordo di “settant’anni di invidia e odio sociale insopprimibili nei confronti del ceto medio, di chi col lavoro, col sacrificio, col rischio di impresa ha saputo conquistarsi una posizione di benessere”. Invidia e odio, nei confronti dei quali “la sinistra italiana non riesce a cambiare e offre la sua prova peggiore”. E’ un attacco congiunto alla “sinistra”, quello che, prima nelle parole di Berlusconi, poi in una dichiarazione dei gruppi parlamentari del Pdl di Senato e Camera, emerge al termine del secondo giorno di legislatura.

“Privi di ogni senso di responsabilità, indifferenti agli interessi generali del Paese, ciechi di fronte ai drammi delle famiglie e delle imprese dentro una crisi mai conosciuta dal dopoguerra ad oggi, i vertici del Partito democratico, anziché aprirsi a una collaborazione con i moderati, preferiscono condannare l’Italia all’ingovernabilità e alla depressione economica. Sono ancora in tempo – si legge nella nota – per fermarsi e per cambiare strada prima che sia troppo tardi”. Un linguaggio che tradotto nei fatti suona come un avviso perentorio agli uomini di Pier Luigi Bersani: smette di inseguire accordi con il Movimento 5 stelle e fate un governo con noi “moderati” del centrodestra. Insomma, dopo l’elezione di Laura Boldrini (Sel) alla presidenza della Camera e di Pietro Grasso al Senato ottenuta grazie al compromesso tra Pd e M5s, il Pdl richiama all’ordine i democratici nella speranza di non perdere la battaglia della successione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica. 

In mattinata era stato Silvio Berlusconi in una riunione a porte chiuse a dare la carica ai suoi: “Credo che la sinistra sceglierà anche il presidente della Repubblica e allora daremo battaglia nel Parlamento e nelle piazze”, avrebbe annunciato l’ex premier secondo quanto riportato dai presenti nel corso della riunione del Pdl alla Camera. “Io sono pronto, come vent’anni fa, a non dare il Paese che amo a questi signori della sinistra“, avrebbe aggiunto, chiarendo che “questo governo non avrà vita facile e dal Paese arriverà presto la necessità di un cambiamento”.

“Immagino una prospettiva negativa e cioè che Pier Luigi Bersani otterrà l’incarico a formare un governo da Napolitano, anche se non ha la maggioranza perché si appoggerà ai voti dei grillini e dei montiani”, ha proseguito secondo quanto riportato. “Alla fine i grillini daranno il loro sostegno a un governo Bersani”, avrebbe detto, spiegando di temere che i 5 stelle potrebbero usare questo aiuto al Pd contro di lui per tagliarlo fuori da ogni gioco. Berlusconi avrebbe ammesso di avere “pensato molto” al successo di Beppe Grillo, spiegando che “i grillini hanno portato avanti un sogno rivoluzionario e noi adesso dobbiamo inventarci qualcosa senza abiurare, da persone responsabili quali siamo, alle cose concrete”. L’unica soluzione per uscire dall’impasse attuale, secondo l’ex premier, “era dar vita a un governo tra il Pd e il Pdl, le due coalizioni che hanno avuto il 30 per cento dei consensi, ma la sinistra non ha voluto perché ci odia”.  Un concetto poi ribadito dalla nota dei gruppi parlamentari del Pdl di Camera e Senato uscita qualche ora più tardi. 

Berlusconi si è poi scagliato ancora una volta contro i giudici, specie quelli del tribunale di Milano, impegnato in mattinata nell’udienza sul caso Ruby in cui l’ex premier è imputato per concussione e prostituzione minorile. Per il Cavaliere, sempre secondo quanto riferito dai presenti alla riunione, i magistrati vogliono fargli fare la fine di Craxi. “Siamo all’ultimo attacco alla mia libertà personale”, avrebbe sottolineato come aveva già fatto nei giorni scorsi, chiarendo che “all’interno della magistratura c’è una parte che ha formato una specie di associazione a delinquere che usa il potere giudiziario a fini politici” e parlando di una “dittatura dei magistrati”. Una dittatura dimostrata nei fatti, secondo la visione dell’ex presidente del consiglio, dall’elezione di Pietro Grasso alla presidenza di Palazzo Madama, prova provata della “magistrocrazia“.

Su proposta di Berlusconi, al termine della riunione, Renato Brunetta è stato indicato come presidente del gruppo parlamentare di Montecitorio. Per quanto riguarda il Senato, invece, il gruppo del Pdl ha eletto per acclamazione Renato Schifani, confermando la proposta avanzata sempre da Berlusconi con un forte applauso.