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Pedro Sanchez è la dimostrazione che si può dire di no a Trump

Forse dovremmo tenere a mente l’esempio spagnolo come fondamentale caso di specie. Ecco la lista dei suoi no
Pedro Sanchez è la dimostrazione che si può dire di no a Trump
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L’esercizio della leadership è un allenamento costante, che si autoalimenta. È come quella storia dell’appetito, che viene mangiando. Ecco, possiamo affermare che in questi mesi Pedro Sanchez stia mangiando a quattro palmenti e che la sua fame d’iniziative politiche forti e risolute vada aumentando in maniera proporzionale col decisionismo mostrato fin qui.

Il premier spagnolo è stato l’unico leader europeo, mondiale forse, a non essersi lasciato intimorire nemmeno per un momento dalle bizze stizzose di Donald Trump; ha sempre preso con le pinze le roboanti minacce del tycoon, attribuendo loro il valore relativo che è opportuno dare alle affermazioni di un soggetto preda di continue alternanze maniacali. Mentre gli altri leader individuavano nella resa rassegnata ai capricci del despota l’unica potenziale limitazione ai danni inferti da un’America in piena fase psicotica, Sánchez ha ritenuto che convenisse relativizzare le oscillazioni del paziente americano, ignorandole quanto più possibile e procedendo lungo la propria traiettoria.

La lista dei no pacatamente ma irremovibilmente pronunciati alle richieste del tycoon annovera:
il no all’aumento delle spese della Nato al 5% del Pil in quanto sarebbe stato incompatibile con le esigenze del welfare spagnolo e con la ‘visione del mondo’ del suo governo;
– la messa in discussione del piano di riarmo europeo così come era stato pensato dalla Commissione Von der Leyen;
– il dissenso esplicito all’appiattimento nei confronti delle azioni di Israele su Gaza, definendo per primo Israele ‘Stato genocida’ e interrompendo gli acquisti di armamenti e sistemistica israeliana;
– la condanna all’azione ‘chiaramente illegale’ in Venezuela, parlando di violazione del diritto internazionale e del tentativo di appropriarsi delle risorse naturali del Paese;
– no all’utilizzo delle basi spagnole di Rota e Moron per operazioni offensive contro l’Iran, nel contesto di un intervento americano-israeliano definito contrario al diritto internazionale;
– la richiesta alla Commissione europea di revocare sul territorio europeo le sanzioni statunitensi emesse contro la relatrice Onu Francesca Albanese e contro giurati e procuratori della Corte Penale.

Ecco, nonostante questa lunga lista di smacchi, distinguo e rifiuti, che hanno permesso a Pedro Sanchez di mantenere una linea chiara e netta, mostrando di non avere alcun timore dello spaventapasseri americano, quali terribili vendette si sono abbattute sulla Spagna? Nessuna. Solo minacce vacue, come un aumento esponenziale dei dazi di fatto mai verificatosi e la boutade – perché di questo si tratta data l’impossibilità di messa in atto – di estromettere la Spagna dalla Nato.

In sostanza Sanchez, affrontando frontalmente Trump in tutte le occasioni necessarie, mostrandosi realmente antagonista alle prepotenze e ai deliri del tycoon, non ha avuto nessuna differenza di trattamento rispetto a tutti quei leader europei che lo hanno costantemente blandito, assecondato e che per tenerlo buono sono andati contro i loro stessi interessi. Ecco, mentre continuiamo a muoverci con i piedi di piombo, terrorizzati dalle potenziali esplosioni di rabbia del presidente incontinente, forse dovremmo tenere a mente l’esempio spagnolo come fondamentale caso di specie, per chiederci se non convenga smetterla di assecondare, ma valga invece la pena di ricominciare a fare un po’ di politica.

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