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C’è un problema politico nel modo in cui il centrosinistra si avvicina al voto: l’eccesso di centralità del leader

Se davvero si vuole ricostruire un campo progressista, bisogna capovolgere la prospettiva: non aspettare gli elettori, ma andarseli a prendere
C’è un problema politico nel modo in cui il centrosinistra si avvicina al voto: l’eccesso di centralità del leader
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di Francesco Miragliuolo*

C’è un problema politico, prima ancora che elettorale, nel modo in cui il centrosinistra si avvicina alle prossime elezioni. Non è la mancanza di un leader abbastanza forte: è l’eccesso di centralità del leader. Da anni la politica progressista sembra prigioniera di un riflesso condizionato, quello di ridurre il confronto pubblico a una competizione tra figure, a una narrazione personalizzata che sostituisce il conflitto sociale con il marketing. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno partecipazione, meno radicamento, più distanza.

Se davvero si vuole ricostruire un campo progressista, bisogna capovolgere la prospettiva: non aspettare gli elettori, ma andarseli a prendere. E per farlo serve tornare ai contenuti, anche quando sono complessi. È lì che si misura la credibilità.

Per un vero cambio di paradigma bisogna partire dal ripensare la politica economica. Continuare a muoversi dentro i margini del capitalismo neoliberale significa accettarne gli esiti: disuguaglianze crescenti, precarietà diffusa, compressione dei diritti. Non si tratta di correggere qualche stortura, ma di mettere in discussione l’impianto. Quel modello ha progressivamente concentrato la ricchezza, indebolito il lavoro e trasformato diritti fondamentali in beni accessibili solo a chi può permetterseli.

È qui che si inserisce la riflessione di Emiliano Brancaccio: la crisi del welfare non è un incidente di percorso, ma il risultato di scelte precise. L’abbandono dello Stato sociale, attraverso privatizzazioni e liberalizzazioni, ha smantellato i servizi pubblici, mentre risorse enormi sono state disperse in sussidi a pioggia e incentivi alle grandi imprese, senza effetti redistributivi reali. Serve allora un cambio di paradigma: un sistema fondato sul solidarismo, sulla redistribuzione della ricchezza, sul ruolo attivo dello Stato e sulla gestione pubblica dei beni essenziali.

L’altra faccia della medaglia è la politica estera. Il centrosinistra continua a muoversi dentro una visione occidentalocentrica che non regge più alla realtà di un mondo multipolare. Riconoscere che l’Occidente è parte del mondo, e non il suo centro, significa costruire un multilateralismo reale, capace di dialogare anche con i Paesi del Sud globale e dell’Est, garantendo il diritto all’autodeterminazione senza ingerenze. Non è relativismo: è realismo politico.

Lo snodo centrale è la partecipazione. La crisi della politica non nasce da un disinteresse dei cittadini, ma dall’impoverimento delle forme attraverso cui possono incidere. La personalizzazione estrema ha svuotato i partiti e reso marginali i corpi intermedi. Occorre invece ripartire dai beni comuni: sanità, scuola, trasporti, casa. Negli ultimi decenni, politiche di privatizzazione e liberalizzazione hanno progressivamente trasformato diritti in privilegi di pochi. Invertire questa traiettoria significa rilanciare lo Stato sociale e costruire nuovi spazi di partecipazione reale.

Ma tutto questo richiede anche una battaglia culturale, prima ancora che politica. È il momento di riscoprire il senso delle parole. Pace non è semplice assenza di guerra: è assenza di ingiustizia. Antifascismo non è un vessillo da esibire, ma la costruzione concreta di un’alternativa di società. Resistenza non è solo memoria storica, ma pratica quotidiana contro ogni forma di oppressione, soprattutto quella economica, che produce dipendenza e limita la libertà reale delle persone. Come ha ricordato Papa Francesco, viviamo dentro una “globalizzazione dell’indifferenza”. Ed è esattamente ciò che la politica rischia di alimentare quando si riduce a scontro tra leadership e perde contatto con le condizioni materiali delle persone.

Il punto è semplice: senza temi non c’è partecipazione, senza partecipazione non c’è democrazia. E senza il coraggio di mettere in discussione i paradigmi dominanti, il centrosinistra continuerà a inseguire consenso senza mai ricostruirlo davvero.

* Studente di Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli e attivista politico

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