Come era facile immaginare, è bastato un articolo critico sulla parte comica (disastrosa e noiosissima) di Roberto Benigni, uscito ieri nelle pagine cartacee del Fatto Quotidiano, per farsi attirare gli strali di molti e molte piddini/e adirati/e. Era accaduto anche a Marco Travaglio dopo Vieni via con me, quando (giustamente) consigliò a Saviano di “spettinarsi un po’”. Apriti cielo, neanche avesse bombardato il Vaticano.

Ormai questo paese è pressoché incapace di fare distinguo e dire: “Ci sono cose che mi piacciono e cose che non mi convincono“. E’ tutto bianco e nero. Esiste una maggioranza garbata (le “professoresse democratiche”, le chiamava Edmondo Berselli) che ha bisogno di esempi e buoni sentimenti: è quella che guarda Fabio Fazio, che vota le Primarie, che ride con Lella Costa e Littizzetto, che legge la Bignardi, che dorme con Vecchioni, che si innamora con Gramellini, che si commuove con Benigni e che dice – stizzita – “sai solo criticare, ti meritavi Berlusconi” se osi non applaudire (motivando). E ce n’è poi un’altra, che si è spostata da quella maggioranza di quasi-sinistra per andare altrove, nella cosiddetta “antipolitica” (è la stessa parte che ritiene peraltro Benigni, ormai, “il Papa del Pd”). Le due fazioni – mi guardo bene dal pensare che una sia migliore dell’altra – sono ormai inconciliabili.

Al di là delle implicazioni politiche ed elettorali, spiace che la dialettica ne esca svilita. Non c’è praticamente più margine per il confronto: è, anche qui, una faida tra tifosi. Conoscendo artisticamente Benigni da sempre, e avendolo amato come pochi, non posso accontentarmi di questo comico stanco e annoiato: posso invece apprezzarne l’intento didattico e divulgativo, senz’altro meritorio, aggiungendo però che la narrazione non deve essere sempre enfatica (“meraviglioso”, “straordinario”, “bellissimo”). Bensì inseguire anche la sottrazione e l’assenza di retorica. Più si è asciutti, più si emoziona con onestà intellettuale.

Se – ancor più con l’era pseudosobria Monti – siamo arrivati allo scacco matto del “o con noi o sei un disfattista in servizio permanente”, critica (tenera) che viene rivolta anche a questo giornale, la situazione è persino peggiore di quanto fosse lecito credere. E’ ovvio che Benigni, in tivù, lo vorrebbero tutti più spesso. E’ ovvio che Fazio-Saviano siano molto meglio della D’Urso e di Mara Venier. Ma non è ovvio, anzi è intellettualmente irricevibile, che Benigni debba piacere per forza. Il Cioni Mario era geniale. Tuttobenigni era irresistibile. La vita è bella uno straziante e ispirato canto del cigno. Benigni, oggi, è un buon divulgatore (non il migliore: Paolini gli è superiore, per dirne uno). Ma non è più un comico ispirato. Corrado Guzzanti fa satira; Roberto Benigni (oggi) fa un brodino quirinalizio. La prima mezzora di lunedì, su RaiUno, è stato un mix tra un Bagaglino di sinistra e una replica sbiadita di Zelig. Asserirlo non è né eresia né feticismo per la polemica, bensì avere ancora occhi per guardare. E cervello per argomentare.

E’ poi assai lisa, nonché caricaturale, questa storiella del “Non vi piace niente”, a cui si potrebbe rispondere: “Ormai vi piace tutto”. Ci sono miliardi di cose che (mi, ci) piacciono. La voce di Eddie Vedder. I film di Clint Eastwood. All Things Must Pass di George Harrison. Il coraggio di Alex Zanardi. La genialità euclidea di Pirlo. L’eleganza di Muhammad Ali. Le volèe di Edberg. La faccia di De Niro nell’ultima scena di C’era una volta in America. I libri di Beppe Fenoglio. Gli scritti corsari di Pasolini. Michelle Pfeiffer ne L’età dell’innocenza. Eccetera eccetera.
In quella lunga lista di epifanie artistiche, c’è chi osa non inserire la Costituzione narrata dall’ecumenico Roberto Benigni: auspichiamo umilmente che tale onta non sia sufficiente per meritare l’ergastolo.