Due anni e mezzo di discussione, un cammino parlamentare non ancora concluso, una contrattazione estenuante tra i “tecnici” del governo Monti e i colonnelli del Pdl di Silvio Berlusconi. Ora, sul disegno di legge anticorruzione approvato ieri in Senato (con uno dei voti di fiducia più “bassi” mai registrati da questo esecutivo) piovono critiche pesantissime, soprattutto da chi è impegnato sul fronte della lotta al sistema delle tangenti. “L’elenco di quello che manca è infinito”, dice a Il Fatto Quotidiano Piercamillo Davigo, consigliere di Cassazione e membro negli anni Novanta del pool milanese di Mani pulite. Davigo mette sul tavolo i nodi più contestati, dalla mancata “ripenalizzazione” del falso in bilancio alla riduzione di fatto delle pene per la concussione. E’ la cosiddetta norma “salva Ruby“, ma in realtà anche con la nuova formulazione il processo in corso a Milano contro Silvio Berlusconi vedrebbe come limite temporale massimo il lontano 2020. Dice la stessa cosa, in termini più drastici, Antonio Di Pietro: il ddl “favorisce i corrotti”, oltre a introdurre una “finta” incandidabilità dei condannati. Perché chi si è visto infliggere una pena inferiore a tre anni potrà ripresentarsi agli elettori, a meno che il reato contestato non sia di mafia o contro la pubblica amministrazione. E manca il reato di autoriciclaggio, cioè la ripulitura in proprio dei profitti illeciti, una delle richieste più pressanti dei magistrati antimafia: oggi, infatti, sono punibili solo i riciclatori di denari altrui.

E poi c’è il fronte della magistratura. “Chi credesse che questa legge segni una svolta epocale nella lotta alla corruzione resterebbe deluso”, attacca Rodolfo Sabelli, segretario dell’Associazione nazionale magistrati. “L’intervento non è stato cosi determinato come ci si aspettava, può essere considerato un primo passo”. Perché intanto la corruzione in Italia “è diventata sistemica e pervasiva, e penetra la pubblica amministrazione in modo diffuso. Questo – conclude il segretario dell’Anm- dovrebbe determinare una reazione forte”.

Intanto il Csm ha pronta una bozza di parere che è una netta stroncatura del provvedimento, anticipa Repubblica. Invece di reprimere più duramente una piaga che caccia l’Italia nelle peggiori posizioni delle classifiche internazionali sul tema, il disegno di legge “rischia di far lavorare a vuoto il sistema”. Il nodo è sempre quello, la prescrizione. L’effetto combinato di pene lievi e processi lunghi, secondo l’organo di autogoverno di giudici, continuerà a produrre il doppio danno di un numero basso di corrotti puniti e di spese alte per dibattimenti inutili. Il Corriere della Sera fa il punto sui processi in corso che rischiano di saltare per la nuova separazione tra concussione per costrizione (il raro caso in cui il pubblico ufficiale obblighi un cittadino a pagare una tangente) e concussione per induzione (il frequente caso in cui la tangente sia semplicemente richiesta). L’abbassamento delle pene per questa seconda ipotesi (da 4-12 anni a 3-8) anni) determina una riduzione dei tempi di prescrizione. Così, riporta il Corriere, solo a Milano diventerebbero a rischio 66 processi, un dato indicativo del pesante impatto che la nuova norma avrebbe a livello nazionale. 

“Sulla concussione c’è un’amnistia mascherata“, arriva a dire Alberto Vannucci, docente di scienze politiche e direttore del Master su mafia e corruzione dell’Università di Pisa. “Il reato è stato scientificamente smantellato, perché la fattispecie più diffusa è sicuramente quella per induzione. Con la nuova legge rubare un’autoradio sarà più rischioso che chiedere una tangente. Per non parlare”, continua, “dei nuovi reati di corruzione tra privati e traffico d’influenze: in base alla pena si prescrivono in sei anni, che è giusto la durata media di un processo in Italia”. Sempre lì si torna, sulla prescrizione, “una patologia italiana che non è stata toccata”. Una delle questioni sollevate è che nel nostro ordinamento il tempo che cancella ogni responsabilità comincia a scorrere dalla data in cui il reato è stato commesso, e non da quella in cui è stato scoperto. E raramente i reati contro la pubblica amministrazione sono scoperti in flagrante, a meno che qualcuno non avverta i carabinieri prima della consegna della mazzetta. 

Un’altra autorevole contestazione arriva dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che pur definendo il testo “un buon successo per il governo dei tecnici”, sottolinea che “forse bisognava reinserire il reato di falso in bilancio e magari fare un bel reato di falsa fatturazione”, ha affermato intervenendo all’inaugurazione del Corso di alta formazione per amministratori di beni confiscati dell’Università Cattolica di Milano. “Questa legge – ha continuato – è dovuta passare dalla quadratura del cerchio a cui il governo ha dovuto sottoporla per trovare un testo equilibrato che potesse essere approvato dalle diverse forze parlamentari”.

A proposito dell’approvazione da parte delle “diverse forze parlamentari”, ai massimi livelli politici nessuno accusa apertamente il Pdl, ma la cronaca di quest’ultimo anno dimostra la sua tenace resistenza a ogni inasprimento di pene e reati per i protagonisti di cricche e “sistemi” vari. Per quieto vivere, lo stesso presidente del consiglio Mario Monti si è limitato a dire che “il governo avrebbe voluto fare di più” e a parlare di generiche “resistenze dei partiti” finalmente superate, su un provvedimento per il quale “inizialmente non c’era grande entusiasmo”.  Così a difendere un testo che probabilmente lei stessa avrebbe voluto diverso è rimasto soprattutto il ministro della Giustizia Paola Severino. “Un buon disegno di legge che si possa poi completare nel tempo è un segno comunque importante”, ha affermato a Otto e mezzo su La7. Sul falso in bilancio, “uno dei reati spia della corruzione”, esistono comunque “disegni di legge anche in fase avanzata” . Anche sulla prescrizione “si potrà tornare con provvedimenti separati”. A patto, naturalmente, di superare le “resistenze dei partiti”.