Voti e soldi, tanti soldi. E’ l’ultimo dei capitoli d’accusa appena scritto dalla Dda di Palermo contro il parlamentare trapanese, ex sottosegretario all’Interno e oggi presidente della commissione Ambiente del Senato, senatore Antonino D’Alì, il “barone” che aveva come campieri nei suoi terreni di Castelvetrano i mafiosi Messina Denaro, Francesco, il patriarca morto da latitante di crepacuore nel 1998, e Matteo il “regista” di stragi e faide e burattinaio della mafia sommersa e che fa impresa.

C’è un pentito che racconta, si chiama Giovanni Ingrasciotta. Le sue testimonianze sono entrate già in diversi procedimenti rilevanti, quelli relativi ai maxi sequestri di beni di due pezzi da novanta dell’imprenditoria siciliana, Giuseppe Grigoli, il “re” dei supermercati, 500 milioni di confische già confermate in secondo grado, e Carmelo Patti, il patron della Valtur, proposta di confisca ancora all’esame dei giudici per 5 miliardi di euro.

Ingrasciotta adesso potrebbe essere sentito anche nel procedimento penale contro il senatore di Forza Italia-Pdl Tonino D’Alì, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, procedimento con il rito abbreviato che è cominciato oggi a Palermo dinanzi al gup Giovanni Francolini e rinviato al 30 novembre. Stamane in aula (assente il senatroe D’Alì) il pm Andrea Tarondo ha calato un ulteriore asso, il verbale per l’appunto firmato da Giovanni Ingrasciotta sui rapporti tra D’Alì e i Messina Denaro.

Ingrasciotta ha parlato di affari ed elezioni. Nel 1994 quando D’Alì si è candidato per la prima volta al Senato con Forza Italia, “i Messina Denaro si diedero un bel da fare” ha raccontato Ingrasciotta: “Manifesti elettorali presidiati da uomini incaricati dai boss perché a nessuno venisse la voglia di coprirli, riunioni in casa di Grigoli”, dove su incarico di Matteo Messina Denaro, Ingrasciotta andò “a ritirare i fac simili”. Ma c’è anche altro. Matteo Messina Denaro rischiò infatti di perdere i suoi soldi che aveva versato in una finanziaria trapanese, la Fimepo che per un buco milionario e un giro truffaldino, sul finire degli anni 80, fu al centro di una indagine del procuratore Paolo Borsellino. Questa finanziaria prosciugò i risparmi di tanta gente, soprattutto a Pantelleria, ma i titolari, Salvatore e Lucio D’Ambra, padre e figlio, rischiarono grosso perché tirarono il bidone anche a Matteo Messina Denaro. Ingrasciotta ha raccontato di avere accompagnato un giorno a Trapani Matteo Messina Denaro, nella sede della Fimepo, vicino al Palazzo di Giustizia.

“Con noi – ha detto Ingrasciotta – nella sede Fimepo c’era anche D’Alì che fece da garante dei D’Ambra con Messina Denaro, ricordo la scena che quando finì la discussione Matteo diede una pacca sulla spalla a D’Ambra senior come per dire stavolta l’hai scampata”. L’accusa contro D’Alì riguarda diversi fatti su mafia, appalti, e politica, a cominciare dalla fittizia vendita di un terreno a Castelvetrano in contrada Zangara. Il pentito Geraci (anche lui ex braccio destro di Messina Denaro) ha ammesso che personalmente e periodicamente andava presso la Banca Sicula di Trapani, banca dei D’Alì, ritirando in diverse tranche la somma di 300 milioni di vecchie lire, la cifra che lo stesso Geraci da prestanome dei Messina Denaro aveva consegnato al notaio alla stipula dell’atto. Geraci ha raccontato che Messina Denaro avrebbe fatto incetta di terreni perché l’idea era quella di costruire una sorta di “Castelvetrano 2”, sul modello “milanese”.

Sul deposito del verbale di Ingrasciotta ha fatto oppsizione la difesa asserendo che con l’abbreviato non è prevista l’introduzione di nuove prove. Il gup, Giovanni Francolini, si è riservato di decidere ed ha fissato la nuova udienza al 30 novembre.